Per evitare il prevedibile rientro verso Palermo del ponte del 2 giugno decido di lasciare Cefalù alle 22.15, sicuro di trovare qualche rallentamento ma nulla più. Dopo mezz’ora l’illusione svanisce all’altezza dello svincolo per Trabia: l’inizio di una colonna di auto, camper e mezzi pesanti che – come ho poi appreso – in quel momento si estendeva per quindici chilometri, fin dopo lo svincolo di Bagheria.
Nella solitudine della mia auto ho avuto tutto il tempo per contare i bulloni del guard rail, guardare lo spicchio di luna, incrociare gli sguardi sconsolati degli altri automobilisti avviliti, alle prese con bambini irrequieti, preoccupati per l’enorme ritardo. Da un finestrino abbassato un conducente mi guarda affranto: “Dietro ho mia suocera anziana, rischia di morire qui”.
Il commento – a volte un urlo di disperazione che rimbalza da un’auto all’altra – è lo stesso: “è un’indecenza, non è possibile, così non si fa”. Soltanto una pattuglia della Polstrada transita lungo la corsia d’emergenza, poi il nulla.
Il miraggio di un’andatura accettabile si infrange contro la beffa: al termine dell’imbuto lungo il viadotto tra Altavilla e Casteldaccia inizia la seconda coda, quella del restringimento dopo lo vincolo di Bagheria, altri 45 minuti a passo d’uomo, altro sconforto condiviso con chi è stato compagno di sventura (chissà dove è finita la famiglia con tre bimbi nell’Alfa dietro alla mia, ci siamo fatti compagnia per un’ora, spero stiano bene).
Quando ero bambino, a scuola, mi insegnavano che il grado di civiltà di una nazione si misura dall’efficienza dei servizi. A voi le conclusioni.
(L’autore è giornalista e Capo Ufficio Stampa dell’Arcidiocesi di Palermo)

