Ecco come le scorrerie della politica |hanno devastato la Sanità siciliana

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Dai commissariamenti infiniti alla discussa scelta dei manager. Dai casi delle aziende sanitarie catanesi alla gestione delle cliniche private. In Sicilia il consenso e il potere poggiano su questo settore. E sotto certi aspetti, rispetto al passato è cambiato poco o niente.

 

L'addio dell'assessore
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7 min di lettura

PALERMO – Lucia ha detto basta. Si sente offesa, l’assessore alla Salute, dalle parole del ministro Lorenzin. Ma forse, soprattutto negli ultimi tempi, la Sanità siciliana non era quella che lei avrebbe sognato. Quella apparentemente tratteggiata dalla penna rivoluzionaria del governatore con l’inchiostro simpatico. Quello che scompare dopo un po’. Crocetta, infatti, è caduto in alcuni dei vecchi vizi di un passato che non è il caso di rimpiangere.

“Da adesso si cambia, – ha più volte detto il governatore – la politica non avrà nulla a che fare con la Sanità”. Peccato che non sia così. E la vicenda della piccola Nicole, nella sua drammaticità estrema, nella sua devastante durezza, mette a nudo proprio le contraddizioni di una Sanità che pare, nel migliore dei casi, un cantiere aperto. Un aeroporto, come tanti altri settori dell’Isola nell’era della rivoluzione. “Adesso sono certa che in tanti la butteranno in politica”, ha detto amaramente a Livesicilia nei giorni scorsi l’assessore Borsellino. Se lo sentiva, probabilmente. Ma come potrebbe essere altrimenti, se ad esempio proprio una delle strutture che si è rifiutata di accogliere la piccola, perché senza la disponibilità di posti letto, è tra quelle che a causa della schizofrenia del governo regionale si trova ancora senza un direttore generale a pieno regime?

Perché la politica, in Sicilia, oggi come in passato, sovrasta la Sanità. E precede il diritto dei cittadini a un servizio efficiente. Non lo nega, per carità. Non sempre almeno. Ma lo precede. Quello di Paolo Cantaro e Angelo Pellicanò è solo l’ultimo e più controverso caso. Troppo vicini ai cuperliani del Partito democratico, quando questi ultimi erano in guerra con Crocetta, per confermare la loro nomina a nuovi direttori generali del Cannizzaro (uno degli ospedali che ieri non ha trovato un posto per la piccola) e del Policlinico catanese. Nomina stoppata per l’ingresso in vigore del decreo Renzi che vietava le nomine per i pensionati. Una “guerra” che ha finito per bloccare in un limbo due tra le più grosse aziende sanitarie siciliane, ha scatenato furiose polemiche politiche sfociate persino in una indagine della Procura di Catania e ha “obbligato” il ministro Madia a bacchettare il governo Crocetta: “Non c’era motivo alcun di bloccare quegli incarichi”. Ma il motivo c’era. Era la politica. Che ha deciso di prorogare una gestione commissariale che dovrebbe essere, per sua stessa natura, “straordinaria” e ha invece rappresentato l’ordinarietà della gestione della sanità di Crocetta.

Fin dal suo insediamento. Quando il governatore con un colpo di spugna ha cancellato la sanità di Massimo Russo e Raffaele Lombardo, anche quella contraddistinta dai commissariamenti selvaggi. Commissariamenti che a volte si sono tramutati in un boomerang. Proprio lì dove non ti aspetteresti. E così, ecco che il “caso” più grave investe un ex magistrato come Salvatore Cirignotta. Scelto a sua volta da un ex pm come Massimo Russo e confermato in un primo momento da Crocetta, prima dell’esplosione dello scandalo dei “pannoloni” con l’accusa di aver “turbato” una gara da 42 milioni di euro. Non tutti i commissariamenti riescono col buco, insomma. E nel caso del governo Crocetta, di problemi, seppur di natura diversa, ne sono emersi tanti. Prima una selezione infinita e ricca di polemiche per selezionare una lista di “papabili” a guidare le 17 aziende sanitarie. Poi, la scoperta che alcuni dei designati o non potevano insediarsi per problemi di incompatibilità (è il caso del manager Mario Zappia) o addirittura perché non in possesso dei titoli (la vicenda di Calogero Muscarnera, designato manager all’Asp di Enna).

Ma da due anni si va avanti così. Per tentativi. Nel frattempo, quasi tutti i commissari in carica scoprivano di essere stati tagliati fuori dalla lista degli aspiranti direttori generali. Da quel momento – protestarono in tanti, dai sindacati a molti addetti ai lavori – quei commissari sapendo che non sarebbero stati riconfermati hanno abbandonato, più o meno inconsciamente, le aziende al loro destino.

La politica stava scegliendo i nuovi manager. E il fatto che la politica sia fortemente presente nella gestione della Sanità è stato dimostrato dallo “strappo” avvenuto tra Crocetta, parte del Pd e anche dell’Udc, in occasione di una giunta convocata proprio per la designazione dei nuovi manager. Parziale anche quella. A Catania, infatti, ecco emergere qualche problema: due direttori sono troppo graditi ai cuperliani Cracolici e Digiacomo. “Com’è finita? – ha chiesto pochi giorni fa il deputato catanese della maggioranza Marco Forzese – sono passati tanti mesi e la situazione delle strutture sanitarie catanesi, quelle del Policlinico Vittorio Emanuele e del Cannizzaro, sembra rimasta cristallizzata, ignorata: prima la nomina dei nuovi manager, poi la revoca e, infine, il silenzio. E adesso?”. Quasi una profezia. Eppure, per Crocetta, “gli ospedali catanesi sono i migliori del Sud”. “Il caos nella selezione dei manager – rincara però la dose il presidente della commissione Salute all’Ars Pippo Digiacomo – ha aggravato una realtà già ricca di contraddizioni”. Se le responsabilità legate al tremendo caso della bimba morta per non aver trovato un letto in nessuno degli ospedali catanesi sono tutte da chiarire, resta sullo sfondo una scenografia piena di dubbi, ritardi, valutazioni superficiali. “Non giriamoci attorno: due aziende sanitarie su tre a Catania non hanno ancora un direttore generale”, insiste Digiacomo.

Ma nelle parole del deputato Pd, così come da quelle del ministro ecco un j’accuse pesante alle cliniche private. “Adesso basta – ha detto Digiacomo – i centri che non sono all’altezza, che non hanno strutture adeguate vanno riconvertiti o addirittura chiusi”. Cliniche che secondo il presidente della commissione Salute all’Ars non avrebbero rispettato alcune linee guida per la medicina neonatale. Ma a verificare che queste disposizioni fossero stato rispettate doveva essere proprio la Regione. Il governo regionale. E così, ecco che anche il ministro Lorenzin ha tirato le orecchie a Rosario Crocetta: “Vorrei ricordare al presidente della Sicilia – ha detto – che gli accreditamenti di cui lui parla competono esclusivamente all’Amministrazione che lui presiede. Su questo, con mio rammarico, il ministero della salute non ha alcun potere esclusivo di intervento”. Su quel fronte, insomma, non sarebbe cambiato molto da Massimo Russo a Lucia Borsellino. Ma stavolta, i concetti del ministro: “Siete voi a dare le autorizzazioni ai privati” hanno spinto l’assessore alle dimissioni.

Mettendo così fine (se non ci sarà qualche ripensamento) a un rapporto, quello tra Lucia Borsellino e il presidente Crocetta certamente di sostanziale sintonia, ma anche scandito da alcuni motivi di attrito. Come nell’occasione della prima infornata di commissari scelti direttamente da Crocetta. L’assessore non gradì: “E’ stata una scelta collegiale, dell’interno governo”, commentò, quasi a volersene lavare le mani. Ma l’invadenza nociva della politica e della burocrazia nel mondo della Sanità ha vissuto in questi due anni altri momenti-chiave.

Come la vicenda che ha investito il manager di Villa Sofia Giacomo Sampieri e il primario nominato da quest’ultimo, Matteo Tutino. Entrambi i professionisti graditissimi al governatore. Al punto da spingere Crocetta a tutelare Sampieri, quando la commissione Salute all’Ars, alla presenza di Lucia Borsellino chiese di sollevare il manager, accusato di una gestione “allegra” (a dire il vero le accuse sono di truffa e peculato) e di qualche “favoritismo” nella scelta dei primari, dalla guida dell’azienda. Un provvedimento che avrebbe impedito a Sampieri di ricevere nuovi incarichi nell’immediato futuro. Così, pare che Crocetta stesso abbia consigliato al commissario di dimettersi prima che qualcuno “lo dimettesse”. E non a caso, il nome di Sampieri riemerse quasi subito. Quando gli organismi interni della Seus, l’azienda che gestisce il servizio del 118 in Sicilia lo hanno proposto come nuovo direttore generale. Una proposta bocciata, per il momento. Giunta dopo l’addio di Angelo Aliquò. Un addio che suona come l’ennesima sconfitta della sanità siciliana: “Questa azienda così com’è è ingovernabile – spiegò il manager assai vicino a Lucia Borsellino – e probabilmente certa burocrazia regionale non vuole che funzioni”. Una burocrazia che sembrava avere il volto, in quei giorni, di alcuni tra i più stretti collaboratori, a Palazzo d’Orleans, del governatore (in quell’occasione, giusto per fare un esempio, da Seus si dimise l’attuale capo di gabinetto di Crocetta, Giulio Guagliano). Alla faccia della “mission” della società, che è quella di gestire, appunto, “l’emergenza”. Ma l’emergenza può attendere, finché la politica non decide come spartire poltrone e incarichi. Perché non c’è mai stata leva più efficace di quella della Sanità per spostare voti. Basterebbe un numero, su tutti per capire che “arma” sia quella della Sanità in Sicilia: il settore “spende” quasi 9 miliardi l’anno. Cioè il 54 per cento dell’intera spesa regionale. Più della metà dei soldi della Sicilia passano da lì. Soldi che da sempre lubrificano il consenso e il potere.

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