PALERMO- Che cos’era un’edicola, sognata e posseduta anni fa? “Era un luogo meraviglioso, un punto di incontro per le persone, un modo per riflettere e fermarsi. Oggi vanno tutti di fretta”. Luigi Esposito – la voce narrante – aveva la sua edicola che tutti ricordano, nel cuore di via Libertà. Anche quell’avamposto è stato vittima della crisi. I numeri sono drammatici.
“A Palermo e provincia registriamo la chiusura di circa il 50 per cento delle edicole – ha dichiarato Giulio Lauro, uno degli edicolanti più conosciuti che da circa cinquant’anni è impegnato nel Sinagi, il sindacato dei giornalai -. C’erano circa 480 edicole, 250 solo a Palermo. Oggi sono 120 a Palermo e 100 in provincia. Sono diversi i fattori che hanno determinato questa situazione, a partire dai costi eccessivi per la distribuzione che diventa più esosa in provincia e per i paesi più distanti”. Quei manufatti di civiltà, insomma, stanno facendo la stessa fine delle cabine telefoniche. Spariscono.
Ma Luigi, che ha cambiato città e lavoro, tratteggia un ritratto pieno di coraggio e dedizione. “Io l’ho presa nel 1994 per lasciarla il 15 novembre del 2011. Sì, otto anni fa. E’ la storia d’amore di una vita intera. Da bambino, letteralmente, divoravo i fumetti di Topolino, ne andavo pazzo e dicevo a mia madre: ‘Mamma, quando sarò adulto diventerò edicolante. Così leggerò tutti i fumetti che vorrò, senza comprarli’”.
Era un legame destinato a durare, interrotto dal ciclo economico. Luigi ha visto il futuro venirgli addosso e si è scansato in tempo: “Non credo – dice – che sia una situazione reversibile. La carta stampata è in forte declino, purtroppo. Negli ultimi anni vendevo soprattutto giocattolini, biglietti Amat e schede parcheggio. Sono stato sempre pazzo per la matematica e so che le statistiche non mentono. Fino al Duemila i giornali si smerciavano benissimo. Poi, una erosione continua, inizialmente non tremenda, ma chiarissima. A un certo punto non sono più nemmeno riuscito a pagare le spese ed è un lavoro che ti costringe ad alzarti presto e a chiudere la sera, sette giorni su sette. Il mio cliente più famoso? Il presidente Mattarella, non ancora presidente. Una persona garbatissima e cordiale, sempre con il sorriso sulle labbra. E tanti altri che non ho mai dimenticato”.
Questo era il senso dell’edicola. Uno slargo di tregua per guardarsi negli occhi e scambiare quattro chiacchiere, con la scusa di comprare il quotidiano. Uno dei ponti su cui, sostando, si comunicava col prossimo in carne e ossa. Adesso c’è rimasto il frettoloso ascensore e non molto di più.
In fondo all’epopea dell’edicola Esposito, riposa, nascosto, il segreto di un dolore che è diventato ritrovarsi. “Era il parco-giochi del mio bambino, di nostro figlio Marco, che non è più con noi, però è come se ci fosse sempre. Ricordo quando mia moglie veniva a trovarmi e se ne stava beato a giocare, a stringere i pupazzetti, a sfiorare i libri”.
Marco Esposito è morto che aveva dodici anni. Tutto cambia, tutto è cambiato. E chissà che non ci sia un po’ di lui, nelle cose che toccò e che andarono in giro per il mondo. Tutti i sogni del bimbo della foto, che non sapeva che non sarebbe cresciuto, protetti da ali di carta.

