Scalisi, il "patto" per la droga |I pentiti e la lettera del boss

Scalisi, il “patto” per la droga |I pentiti e la lettera del boss

nella foto A. Mannino, G. Scarvaglieri e P. Maccarrone

Le rivelazioni di quattro pentiti e le intercettazioni chiave dell'inchiesta "Illegal Duty".

CATANIA – “Pippo Scarvaglieri è l’autorità suprema”. Così il pentito Gaetano Di Marco conosciuto nella mala di Adrano come “Caliddu” descrive il capo storico della cosca Scalisi, azzerata ieri con l’operazione “Illegal Duty” condotta dalla Squadra Mobile di Catania e dagli agenti del Commissariato di Adrano. Le sue dichiarazioni sono inserite in diversi passaggi dell’imponente ordinanza di custodia cautelare (400 pagine) firmata dalla Gip Flavia Panzano composta da un fiume di intercettazioni e immagini video che hanno permesso di delineare i nuovi assetti della malavita di Adrano. La fotografia di tensioni e fibrillazioni tra i clan e all’interno dei Laudani di Adrano, scattata nel processo Time Out terminato con le condanne di alcuni dei vertici coinvolti in questo altro terremoto giudiziario, è radicalmente cambiata. Gli Scalisi sarebbero scesi a patti con i Santangelo – Taccuni, storici alleati dei Santapaola di Catania. La nuova riorganizzazione della cosca sarebbe stata contraddistinta – scrive la Gip  – da “un rapporto di non belligeranza ed anzi collaborativo con il clan (ex) rivale nella convinzione che una rinnovata contrapposizione e una guerra di mafia avrebbe visto il clan Scalisi soccombente. Di Marco in un interrogatorio del gennaio del 2016 racconta che “con la famiglia Santangelo avevamo un buon rapporto ed io la sera spesso mi incontravo, insieme a Pietro Maccarrone, con Alfio Santangelo e discutevamo di tutte le attività dei due gruppi”. Le rivelazioni del pentito sono solo un input perché le cimici captano uno degli indagati (uno dei tre irreperibili) mentre spiega che “oggi c’è la pace… il Paese ce lo abbiamo metà ciascuno… di quello che c’è.. 50 tu e 50 io…”. Parole inequivocabili secondo gli investigatori che fanno un passo in avanti e scoprono anche i contenuti del “patto” siglato. I Santangelo sarebbero diventati i fornitori di droga degli Scalisi, che piano piano avrebbero ripreso il controllo di Adrano dopo che le pesanti perdite dovute a blitz e condanne.

Mentre Giuseppe Scarvaglieri tiene le redini dal carcere, i vertici operativi diventano Pietro Maccarrone (detto Fantozzi) e Alfredo Mannino (tutti e due scarcerati nel 2014). E’ quest’ultimo a ribadire l’importanza dell’accordo con i Santangelo. “Loro vogliono la pace con noialtri… come te lo devo dire… vogliono stare educati… puliti… arriva un cornuto… ci fa le tragedie e ci fa ammazzare… basta più… non ne vogliono boredello… perché come si bruciano loro… ci bruciano noialtri..”.

L’investitura di Pietro Maccarrone come reggente del clan sarebbe stata decisa da Scarvaglieri, che l’avrebbe comunicata attraverso una missiva inviata dal carcere di Sulmona dove è detenuto in regime di alta sicurezza.Circa un anno fa – racconta Di Marco a gennaio del 2016 – ricordo che eravamo a casa di Pietro Maccarrone e questi disse che era arrivata una lettera di Giuseppe Scarvaglieri il quale gli affidava la reggenza del gruppo. La sua autorità era riconosciuta da tutti nel gruppo e anche dai Taccuni”. Quanto afferma “Caliddu” è ribadito anche da un altro pentito di Adrano, Giuseppe Liotta (nipote di Pietro Maccarrone). “Attualmente gli unici due veri referenti sono mio zio Pietro Maccarrone e Alfredo Mannino detto “u caliaru” recentemente scarcerati”, dice Liotta in un verbale del 2015. Ad ottobre del 2016 a parlare è un altro collaboratore: Antonino Zingnale parla di Mannino come “il nuovo referente del gruppo”. Il quarto pentito, Salvatore Paterniti Martello, durante un interrogatorio del febbraio del 2017 afferma che “U Caliaru” è tutt’ora reggente unitamente a Pietro Maccarrone della famiglia Scalisi”.

Un organigramma quello svelato dai quattro collaboratori di giustizia perfettamente descritta nella missiva di cui parlava Di Marco e che i poliziotti seguono in diretta grazie alle cimici piazzate nell’auto di Alfredo Mannino. U Caliaru, pare emozionato, quando al suo interlocutore dice: “Ancora non ho letto il contenuto… prima mi voglio parcheggiare e poi la strappiamo pezzi… pezzi”. Poi commenta: “Se ci trovano una lettera di questa … a lui non interessa… a me mi fanno male…”.

Alfredo inizia a leggere: “Carissimo e stimatissimo fratuzzo mio…”. Scarvaglieri dopo i convenevoli passa alle cose importanti: “rispondendo volentieri la tua gradita lettura, prima di tutto chi può permettersi di giudicarti a te o a mio figlio o a mio figlioccio “Fantozzi” (Maccarrone, appunto)… voi siete e fate parte… integralmente della mia famiglia…”. Il boss poi parla dell’investitura di Maccarrone: “ti informo che io ho dato una carica a mio figlioccio”. Infine Scarvaglieri ribadisce il suo ruolo di vertice: “chi si ritiene vicino alla mia famiglia… deve rispettare le mie decisioni”. E avverte: “Chi fa uso e consumo del mio nome per… per i proprio interessi… avrà ciò che merita…”. Un avvertimento che conoscendo la caratura criminale di Scarvaglieri può portare anche a vendette di sangue. Nel mirino del boss era finito anche Francesco Coco (referente storico di rango ma autonomo) che da quanto hanno ricostruito gli inquirenti è sfuggito alle pallottole solo per un colpo di fortuna.


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