CATANIA – “Stampa e potere. Storie di censura giornalistica”: uno spaccato del mondo dell’informazione. Sarà presentato martedì pomeriggio, nei locali di Scienze Politiche di via Dusmet, il libro di denuncia della giornalista e scrittrice catanese Patrizia Maltese. Il libro, edito Villaggio Maori, offre una panoramica delle condizioni di precarietà in cui versa il giornalismo siciliano (e non solo) tra condizioni materiali di vita al limite e minacce, più o meno velate, da parte del potente di turno. “Sono storie di persone in carne e ossa che devono fare i conti con le difficoltà di vivere”, spiega l’autrice. Querele temerarie e casi di censura, più o meno esplicita, diventano dunque un percorso ad ostacoli per i cronisti a rischio di ricatto. A risentirne, spesso, è la qualità stessa dell’informazione. “Il libro nasce dall’essere parte di questo sistema e quindi conoscere le difficoltà in cui si muovono i colleghi in Sicilia e non solo”, spiega l’autrice. “Si parte dal quel famoso settantasettesimo posto in classifica dovuto principalmente al fatto che i giornalisti vengono minacciati, querelati e intimiditi e non perché i giornalisti non siano bravi: ho voluto tracciare una sorta di quadro della situazione siciliana”, argomenta Maltese. Nella prima parte del testo, che riporta la prefazione dello scrittore Raffaele Mangano, l’autrice presenta una carrellata di testimonianze di cronisti siciliani, da Accursio Sabella e Giuseppe Pipitone, da Sebastiano Gulisano a Graziella Proto, fino agli ex giornalisti di Antenna Sicilia e Telecolor.
Passando in rassegna le storie, l’autrice costruisce un “puzzle, un affresco delle insormontabili difficoltà che si affrontano per svolgere il mestiere più bello del mondo in un contesto di gare al massimo ribasso dove si possono guadagnare anche tre euro a pezzo pur di vergare un articolo con la propria firma e si rischia ogni giorno di finire in Tribunale per una querela temeraria. Insomma, storie di ordinaria precarietà tra tentativi di condizionamento e svariate forme di censura, che si ritrovano anche nella seconda parte del testo dove si trovano eclatanti casi di minacce riportati dal sito Ossigeno. E se le giovani leve, che invecchiano restando appese a una promessa, si consumano le suole delle scarpe per un compenso da “caffè e cappuccino al bar”, gli anziani si ritrovano senza lavoro, calpestati nella loro dignità professionale. “La verità è che io non scrivo più: sto messo al desk senza speranze, me lo fanno capire. Una volta scrissi un pezzo di colore su Berlusconi premier, arrivato per l’ennesima inaugurazione spettacolo. Mi dissero che l’articolo non piaceva all’editore, che voleva un tono meno sfottente e più esaltato. Risposi di farlo scrivere a chi era più esaltato di me: da quel momento non mi hanno più chiesto un articolo e al desk mi mettevano ogni giorno in un settore diverso: impossibile crearmi un mio ambito”, racconta uno dei protagonisti del libro. “Non fai scrivere intere generazioni di professionisti, ti affidi ai precari ricattabili e cambia tutto, la gente non capisce quanto questo la riguardi perché riguarda il livello e la qualità dell’informazione e dunque della democrazia”, spiega un giornalista palermitano che preferisce rimanere anonimo. E in fin dei conti non stupisce l’anonimato che è anzi una spia delle difficoltà di sistema. In più c’è una forte differenza di disparità tra colleghi. Chi scrive per un giornale nazionale ha spalle più larghe del cronista di provincia, vessato con maggiore facilità da una querela o direttamente dal sindaco o dal potente di turno (il sindaco o il presidente della squadra di calcio, per capirci) che lo incontra ogni giorno per strada. O nelle aule di Tribunale, come racconta la giornalista Laura Distefano. “A volte nei processi, sei nell’aula bunker di Bicocca, ti confondi fra gli avvocati, ma poi ce ne sono alcuni che ti indicano al detenuto. Oppure, in attesa della sentenza, c’è l’avvocato di qualche esponente di clan mafiosi catanesi che ti presenta ai familiari. Sono cose velate, però queste presentazioni sono un metodo per farti capire che sanno. Fanno i gentili, ma io so che in un certo senso vogliono alleggerire quello che scriverò”, racconta la cronista.
A volte non serve nemmeno una censura esplicita, come emerge dalla testimonianza di Flaminia Belfiore, ex giornalista di Antenna Sicilia. “Te lo dico sinceramente: noi siamo il classico caso di autocensura, se vogliamo. Le redazioni di quel palazzo da sempre, per fare un esempio, sapevano che una persona come Claudio Fava non era gradita alla proprietà. Quindi non saltava in mente a nessuno di andarlo a intervistare. Non c’era neanche bisogno di dirlo: quello era un caso di autocensura. Ma in generale per me non c’è mai stata realmente una censura politica, una censura ideologica: Mario Ciancio è e resta un imprenditore, per cui utilizza i suoi mezzi di informazione anche per fare gli affari che gli interessano. Io non mi sono mai sentita dire: tu questa cosa non la puoi fare o non la puoi dire. Nessuno mai mi ha cancellato una frase. Però sono stati spinti alcuni argomenti. Per esempio il Pua (Piano urbanistico attuativo, NdA), che interessava la zona della Playa, noi sapevamo che si doveva seguire”. Tante sono le storie raccontate da Maltese in forma anonima. “A Catania ci sono forti pressioni politiche ed economiche: nel libro racconto anche un episodio capitato a una cronista”, dice l’autrice. “Le avevano segnalato che c’era un circo che stava devastando il boschetto della Playa perché doveva farsi spazio. Lei propone il pezzo al suo caposervizio che invece le dice ‘lassalu stari’. L’indomani appare un redazionale sulla magia del circo in città. Quel circo, ovviamente”, riferisce Maltese. Tra gli elementi che imbrigliano i cronisti c’è anche l’annosa storia degli editori impuri. “Il problema è a monte: finché l’editore non fa soltanto l’editore ma ha tutta una serie di interessi economici è evidente che l’informazione non può che essere drogata”, racconta Maltese. E conclude: “Ho scritto questo libro non tanto o non solo per dare un riconoscimento ai colleghi che si dibattono fra mille difficoltà, ma nella speranza che i lettori si rendano conto di quanto il loro diritto ad essere informati correttamente sia strettamente legato all’esercizio della democrazia”. “E comunque resto convinta che questa, come diceva Gabriel Garcia Marquez, sia la professione più bella del mondo se la fai con onestà e dignità”.

