CATANIA – Alla fine il secondo verbale di Giacomo Cosenza non è stato acquisito. Non è entrato dunque nei faldoni del processo sull’omicidio di Gino Ilardo che si celebra davanti alla Corte d’Assise di Catania. I difensori degli imputati (Piddu Madonia, Vincenzo Santapaola, Benedetto Cocimano e Maurizio Zuccaro) si sono opposti alla richiesta del pm Pasquale Pacifico, che ha portato in aula la trascrizione dell’interrogatorio dei pm Vincenzo D’Agata e Giovannella Scaminaci del 2003. Un verbale richiesto dagli stessi avvocati durante il controesame di Cosenza nella scorsa udienza. Uno dei difensori si era accorto che l’interrogatorio era citato nell’ordinanza di custodia cautelare in carcere e prima di proseguire con le domande aveva chiesto di poterlo visionare. Richiesta a cui si erano “aggregati” anche gli altri avvocati.
Una volta che il verbale non è stato acquisito il pm Pasquale Pacifico ha esaminato Giacomo Cosenza. Il teste ha raccontato dell’incontro al “ranch” di Gino Ilardo poche ore prima del suo assassinio, avvenuto la sera del 10 maggio 1996. Cosenza, infatti, come emerge anche dal verbale già acquisito agli atti del processo avrebbe incontrato il rappresentante nella famiglia di Caltanissetta nella sua azienda agricola tra Catania e Lentini insieme ai componenti del “gruppo di Ilardo” a cui si era avvicinato “per fare affari alla piana di Catania”. Giacomo Cosenza è stato componente dell’organizzazione criminale che fa riferimento al boss Orazio Privitera (clan Sciuto Tigna, con ruolo di vertice anche nella frangia dei Carateddi della cosca Cappello). Cosenza spiega di aver saputo che l’omicidio era stato eseguito dal gruppo di Maurizio Zuccaro (in particolare fa i nomi di Benedetto Cocimano e Maurizio Signorino) in due occasioni in carcere. La prima nel 2001 da Orazio Privitera (elemento che emerge anche nei verbali del 2003) e la seconda da un ex collaboratore santapaoliano, un certo Mascali, tra il 2003 e il 2004.
In fase di controesame gli avvocati della difesa oltre a chiedere dettagli sugli avvenimenti legati all’omicidio di Gino Ilardo hanno sviscerato vari avvenimenti della storia del collaboratore di giustizia. Giacomo Cosenza, infatti, dopo un primo pentimento aveva avuto un ripensamento. Ma dopo qualche anno ha scelto di tornare a collaborare con la giustizia. Le domande degli avvocati hanno il chiaro obiettivo di permettere alla Corte di valutare la piena attendibilità e credibilità del collaborante. Cosenza racconta di aver deciso nuovamente di collaborare con la giustizia quando gli arrivano i pizzini con l’ordine di uccidere il pm Pacifico una volta tornato in libertà. Una vicenda che è stata al centro di un’altra vicenda processuale finita con la condanna per associazione mafiosa nei confronti di Orazio Finocchiaro.
L’attenzione dei difensori poi si è concentrata su una lettera di Giacomo Cosenza indirizzata a Mario Strano (esponente della mafia di Monte Po) dove si parlava che i collaboratori Gaetano D’Aquino e Gaetano Musumeci (ex vertici e killer del clan Cappello) si erano incontrati e parlati. Una missiva che aveva portato scompiglio anche nel processo Revenge 3, il terzo capitolo di un’inchiesta contro il clan Cappello Carateddi. Si era sollevato il “ragionevole” dubbio che i due collaboratori si fossero confrontati su alcuni fatti e avessero raggiunto un accordo sulla ricostruzione di alcuni episodi criminali. Cosenza – rispondendo alle domande del pm – ha ammesso di aver scritto quella lettera insieme ad altre persone allo scopo di screditare i pentiti. A sua volta – racconta il teste – Strano gli avrebbe raccomandanto di ritrattare lui stesso le sue dichiarazioni nel corso di un processo per omicidio. Queste lettere il collaboratore le ha fornite ai magistrati, il pm Pacifico nella prossima udienza li produrrà e li depositerà alla Corte d’Assise presieduta da Rosario Cuteri. Il processo è stato rinviato al prossimo 15 aprile a Bicocca: sarà ascoltato il collaboratore Natale Di Raimondo, ex santapaoliano del gruppo di Monte Po.

