Gli "anni di piombo" a Niscemi |Guerra di mafia e omicidi

Gli “anni di piombo” a Niscemi |Guerra di mafia e omicidi

Si sta celebrando davanti alla Corte d'Assise di Catania il processo che vede alla sbarra killer e mandanti di tre fatti di sangue avvenuti durante i cruenti scontri tra clan negli anni '90.

Faida tra gli Stidda e Cosa Nostra
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CATANIA –  Agrigento, Caltanissetta e Ragusa tra gli anni Ottanta e Novanta era un territorio minato da una cruenta guerra tra la “Stidda” e Cosa nostra. Centro di questa sanguinaria faida scatenata per volere (emerge da molte sentenze definitive) di Giuseppe Piddu Madonia, capomafia della provincia di Caltanissetta, è stata anche Niscemi. La Direzione Distrettuale Antimafia di Catania ha riaperto alcune indagini su alcuni fatti di sangue che si sono verificati negli anni in cui sulle strade si sentiva l’eco del piombo della criminalità organizzata. Alla sbarra sono stati portati i killer e i mandanti dell’omicidio di Paolo Nicastro, ucciso il 15 luglio 1991, del tentato omicidio di Salvatore Calcagno e Antonino Pitrolo, azione criminale che si è consuamata  il 3 agosto 1991 e del delitto di Salvatore Campione, freddato l’8 settembre di ventiquattro anni fa.

Il 9 febbraio (salvo sorprese) si attende la sentenza della Corte d’Assise che conclude il primo grado del processo ordinario che vede imputati Antonino Pitrolo (collaboratore di giustizia), Salvatore Russo e Salvatore Vallone. Non ha fatto sconti nelle sue richieste di pena il sostituto procuratore della Dda Rocco Liguori: 18 anni per Russo e Vallone e 8 anni per Pitrolo. Il pm nella sua articolata requisitoria ha portato una spaccato della storia della criminalità organizzata siciliana: i fatti criminali – secondo la ricostruzione dell’accusa – si inseriscono, infatti, nell’ambito di una sanguinosa guerra di mafia tra gli stiddari niscemesi dei fratelli Russo e Cosa nostra gelese (uno dei mandamenti più importanti della provincia nissena), consumata tra la fine degli anni ’80 ed i primi anni ’90 che aveva come finalità l’egemonia mafiosa nel territorio di Niscemi.

Entrano a far parte dell’inchiesta le rivelazioni dell’imputato Antonino Pitrolo, “uomo d’onore” di Cosa Nostra di Niscemi, città appartenente al mandamento di Gela. Il pentito racconta della faida scoppiata per volere del capomafia Piddu Madonia che aveva dato “carta bianca” a Antonio Rinzivillo (l’allora capo mandamento di Gela) di conquistare con qualsiasi mezzo Niscemi e dunque di sfidare i fratelli Vincenzo, Rosario e Salvatore Russo, alleati della “Stidda”. Pitrolo nel corso dell’esame in dibattimento – racconta ogni particolare dell’omicidio Nicastro e del delitto Campione, appartenenti al clan Russo della Stidda. La seconda azione criminale sarebbe stata pianificata dopo l’attentato fallito nei suoi confronti.

Ma andiamo per ordine. Nicastro – secondo le dichiarazioni dell’imputato – è stato ucciso da Pasquale Trubia e Raimondo Romano, killer di Gela. Era uso all’epoca che fossero i gelesi a “sporcarsi” le mani a Niscemi: una strategia per determinare un effetto sorpresa e anche per evitare di essere riconosciuti. I mandanti sarebbero stati Pitrolo, Giugno e Calcagno (questi ultimi due già condannati in abbreviato). Campione fu ammazzato sempre da sicari gelesi e – come detto – fu ordinato come risposta all’attentato subito da Pitrolo e dal suo “sodale” Calcagno in piazza a Niscemi il giorno della festa padronale. Era seduti al tavolino di un bar: Pitrolo racconta di essersi accorto dell’arrivo di due persone sospette, uno di loro indossava una parrucca ed aveva una “camminata con le gambe a forbice”. Pitrolo pensa immediatamente che è Vallone e comprende che erano in pericolo: a quel punto fa saltare il tavolino e ha avvertito Calcagno di scappare, che resterà ferito alla gamba ma riuscirà a salvarsi nascondendosi in una tipografia. Le dichiarazioni trovano ampio riscontro dalle parole di altri collaboratori di giustizia e dagli accertamenti svolti dalla polizia di tipo scientifico,  balistico e prettamente investigativo.

Non sono mancati però i colpi di scena nel corso del processo: la difesa porta a testimoniare Patrizia Gentile. La donna rivela che il giorno del tentato omicidio Vallone era con lei in una strada adiacente la piazzetta di Niscemi e che dopo aver sentito gli spari si era tanto spaventata tanto da aver chiesto di poter bere un bicchiere d’acqua. Il pm si chiede – nella requisitoria – come mai questa testimonianza arriva proprio alla fine del dibattimento e non in fase cautelare o di riesame dell’ordinanza. Una testimonianza che avrebbe evitato a Vallone il carcere. Ma è lo stesso imputato a non averne fatto mai riferimento, se non nel corso del dibattimento. Eppure l’alibi avrebbe potuto scagionarlo dalle accuse e invece – incalza Liguori – Vallone decide di avvalersi della facoltà di non rispondere. Il magistrato manifesta perplessità sulla veridicità della testimonianza, che invece per la difesa è la prova tangibile della totale estraneità dell’imputato ai fatti contestati.

 

 

 

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