PALERMO – Le armi erano state nascoste in camera da letto “a sua insaputa”. Una giustificazione non certa, ma plausibile. Da qui l’assoluzione di Marco Traina, 57 anni, con la formula “per non avere commesso il fatto”.
La colpa è ricaduta interamente sul figlio Giuseppe che ha scagionato il genitore ed è stato condannato in appello a tre anni e otto mesi di carcere. Per Marco Traina i giudici di secondo grado hanno ribaltato la sentenza di condanna a tre anni e quattro mesi inflitta dal Tribunale. “Manca la prova certa che Marco Traina – scrivono i giudici nella motivazione – fosse a conoscenza della presenza di armi in casa sua”.
Nel marzo 2017 i carabinieri, all’indomani del blitz anti droga denominato Teseo, perquisirono una serie di abitazione, compresa quella dei Traina in via Costante Girardengo, allo Zen 2. In camera da letto del figlio trovarono un pugnale, nell’armadio del padre c’erano un fucile a canne mozze con matricola abrasa, un fucile da caccia semiautomatico rubato, 110 cartucce di vario calibro ed una baionetta.
Giuseppe ammise che le armi erano sue, raccontando l’inverosimile storia di averli trovati in un cassonetto della spazzatura. Scagionò il padre che a suo dire era all’oscuro di tutto. Nella fasi precedenti all’interrogatorio, quando secondo il giudice non poteva immaginare di essere intercettato, aveva escluso la complicità del padre.
“Un racconto genuino”, hanno sostenuto i legali di Marco Traina, gli avvocati Fabrizio Meli e Daniele Giambruno, che difendevano l’imputato rimasto agli arresti domiciliari per alcuni mesi. la Procura, infatti, dopo un’iniziale scarcerazione aveva fatto ricorso ed era stata ristabilita la misura cautelare.

