PALERMO – Oggi Palazzo Comitini Leoluca Orlando presiederà la prima conferenza dei sindaci della Città metropolitana di Palermo. Ieri, per il sindaco metropolitano una lunga riunione con i dirigenti della ex Provincia, che è appena uscita dal lunghissimo periodo di commissariamento. Nella stanza di Orlando, accanto alla scrivania il gonfalone con su scritto “Provincia regionale di Palermo”. “Ma non si chiama più così”, osserva il Professore. Che a Livesicilia parla dello stato di salute della ex Provincia e ribadisce la distanza dal Pd, malgrado i tentativi di avvicinamento di parte dei Dem siciliani in vista delle prossime amministrative.
Sindaco, anzitutto in che condizioni è l’istituzione Città metropolitana?
“Questa istituzione vive tutte le sofferenze proprie derivanti da tre anni di gestione commissariale. Che comporta, al di là dell’impegno dei commissari, una condizione di incertezza rispetto alla programmazione, alla politica: il commissario gestisce solo l’esistente. E i commissari qui lo hanno fatto in modo lodevole, la mia non è una critica. Peraltro muovendosi in un contesto di tagli pesantissimi. Con danni soprattutto per le città metropolitane siciliane che non hanno potuto usufruire del finanziamento da 400 milioni stanziati a livello nazionale per le altre città metropolitane”.
Quali sono le criticità?
“Anzi tutto l’edilizia scolastica, che viene da anni di abbandoni e di interventi legati a logiche d’emergenza. Parliamo di tutte le scuole superiori. L’altro è la viabilità. Le strade provinciali sono in condizioni disastrose in tutta la Sicilia. Il terzo è costituito dall’assistenza ai disabili. Già dal mio insediamento il 7 giugno ho enunciato alcuni principi. Il primo è procedere a una radicale diminuzione del ricorso agli affitti per le scuole. O a una disdetta a scadenza dei contratti salvo poi rinegoziare a condizioni di favore. E lavorare a un piano scolastico d’edilizia che non faccia distinzione tra i diversi gradi: deve finire la storia per cui il padre accompagna il figlio piccolo alla materna, la madre il mezzano alla media e lo zio alle superiori”.
E per le strade?
“Scindiamo dalle altre le strade provinciali che sono collaterali e complementari alla gestione Anas e affidiamole alla gestione dell’Anas. Il crollo del viadotto Himera ci insegna questa lezione. Ci vuole un unico referente per l diritto alla mobilità”.
Per i servizi ai disabili? Il terzo settore è assai provato, c’è gente che lavora gratis da mesi.
“Sì, è la cronicizzazione della precarietà. C’è un limite strutturale: ancora oggi gli enti intermedi per una dissennata scelta amministrativa hanno un bilancio annuale. È la codificazione legislativa della crisi. Questo comporta che si debbano rifare gare anno per anno. Vede, anche se su questo stendardo c’è scritto ‘Provincia regionale di Palermo’, quella che io rappresento è la Città metropolitana. Che è l’ente dei sindaci, delle amministrazioni comunali. Tutte le competenze della giunta oggi sono del sindaco. E quindi bisogna esaltare il ruolo delle amministrazioni comunali, di tutti i sindaci, con cui deve interfacciarsi l’ente”.
A proposito, quando ci saranno le elezioni per i 18 membri del consiglio?
“L’orientamento sarebbe seconda o terza settimana di settembre. Ma c’è il problema dell’impugnativa del governo nazionale che ha bocciato la previsione della possibilità dell’elezione oretta, giustamente”.
Ma volendo tirare le somme, a cosa è servita questa riforma? Si risparmia qualcosa in termini di costi?
“La riforma contiene un elemento che è il più importante, cioè il superamento del municipalismo esasperato. Noi a Palermo avevamo fatto la riforma prima, dando vita al Patto di Ventimiglia: 58 sindaci che si riuniscono mensilmente in un clima di collaborazione. Così come il patto per le isole fatto con Ustica e Isola delle femmine. O come è successo attorno all’Amap, a cui si sono affidati 34 comuni, in un’idea metropolitana di collaborazione. I sindaci hanno fatto la riforma prima, Dio non voglia che lacci e laccioli ci facciano rimpiangere la stagione degli accordi”.
Perché, secondo lei il rischio c’è?
“La Regione doveva istituire un osservatorio per stabilire le competenze dei nuovi enti d’area vasta. Noi non sappiamo ancora che competenze avremo”.
E i soldi per tenere in piedi gli enti li avete?
“Non tutti si trovano nelle stesse situazioni. A Palermo la situazione è pesante, ma non è la più pesante in Sicilia. Pesa sugli enti il prelievo forzoso operato dallo Stato”.
Ma intanto, in attesa di risorse sicure e adeguate, il tempo passa: i dipendenti così non sono a rischio?
“No, a Palermo erano 1300 e ora sono circa 860 grazie a scivoli e turn over. Questo ha comportato un beneficio finanziario”.
E i benefici finanziari della riforma quali sono?
“Rispetto a prima si risparmia solo il costo di consiglio provinciale e giunta. Non è questo il punto principale della riforma”.
Intanto i Comuni, che lei definisce i protagonisti dei nuovi enti d’area vasta, piangono ancora per i loro guai. Tra qualche giorno ci sarà a Palermo la una manifestazione regionale. Quanto rischiano oggi i precari dei Comuni?
“L’Anci un anno fa a luglio ha presentato con l’intesa di tutte le rappresentanze dei lavoratori una proposta al governo nazionale e regionale che prevedeva l’utilizzo del personale precario, per fare funzionare i Comuni, attraverso un meccanismo di garanzia da parte della Regione della storicizzazione del contributo, e dell’impegno dei comuni di utilizzare i risparmi del turn over per stabilizzare i precari. La proposta prevedeva anche di stabilire criteri di mobilità territoriale. Non abbiamo avuto risposta”.
Tra due giorni scade il termine per i Comuni per predisporre i piani di stabilizzazione. Ma nell’incertezza delle risorse alcuni sindaci del Messinese hanno già fatto sapere alla Regione che non firmeranno i piani…
“Ma come fanno? Cosa presentano? I famosi 500 milioni ancora non sono arrivati. E non è stato prorogato il termine di presentazione dei bilanci. Come fai a stabilizzare qualcuno senza bilancio?”.
Lei pensa ancora alla lista dei sindaci?
“Assolutamente sì. Le due cose certe sono queste: che mi ricandido a Palermo e che darò vita alla lista dei sindaci. Che è la lista dei territori”.
Una lista fuori dalle coalizioni o apparentata con i partiti?
“Allo stato non è apparenta. Poi vediamo il panorama che ci sarà”.
Sì, ma a proposito delle fortune elettorali dei sindaci, ha visto a Torino come è finita a Fassino? Impallinato malgrado un buon governo che gli veniva riconosciuto da tanti…
“Perché lei parla solo di Torino? In 4 delle prime 5 città d’Italia il Pd è all’opposizione. È a Milano non è all’opposizione perché Sala ha confermato un tasso di libertà che gli ha fatto vincere le elezioni. Piero Fassino se non fosse apparso essere troppo leale, rispettoso, subalterno, ognuno scelga l’aggettivo che vuole, alla politica di massacro dei comuni del Pd e del governo, magari avrebbe vinto”.
Subalterno? Ma Fassino è il presidente nazionale dell’Anci…
“Quante volte l’Anci Sicilia si è trovata isolata e non sostenuta dall’Anci nazionale?”.
Insomma, per lei un presidente Anci del Pd non va bene. Glielo chiedo perché circola il nome di Enzo Bianco.
“Secondo me un presidente Anci del Pd è un errore. La politica della mortificazione dei corpi intermedi non paga più. Io credo che Renzi, per il bene del Paese e del Pd, deve decidere se fare il segretario del Pd o il premier”.
Lei è ancora molto critico verso il Pd. La sera delle amministrative ha twittato commentando il risultato di Napoli e sostenendo che il Pd lì ha sbagliato tutto. Perché?
“Matteo Renzi ha perso le elezioni a Napoli quando ha commissariato Bagnoli. Ho aperto io la campagna elettorale di De Magistris e lì ho capito subito la portata dell’errore del governo”.
Quindi niente alleanze col Pd? Qualche big dei democratici in Sicilia ci spera. E le elezioni di Palermo sono sempre più vicine…
“Allo stato non ci sono le condizioni”.
Perché?
“Ma lei pensa che sia ancora il tempo delle elezioni che si vincono sommando consensi? Il vero problema del Pd non è Verdini, e il “+1”. Il vecchio comunista e il vecchio democristiano non creano problemi. Sono le new entry che ne danno. E il risultato è che oggi il Pd non ha voti di lista, pur essendo figlio di due partiti di massa”.

