PALERMO – L’ultima zuffa mediatica è stata quella tra Antonello Cracolici e il segretario di Palermo Carmelo Miceli. Solo la punta di un iceberg di tensioni e malessere che attraversano nei territori il Partito democratico siciliano nei giorni del tesseramento. L’occasione per far riemergere fibrillazioni e mal di pancia, legati per lo più alla trasformazione del partito nell’era renziana. Che in Sicilia si sta concretizzando, secondo i critici, in uno spalancare le porte a trasformisti pronti a lanciare un’Opa sul partito dei postcomunisti e postdemocristiani di sinistra.
E così i giorni del tesseramento e la campagna con i banchetti per strada dello scorso weekend si sono trasformati in un pretesto per litigare. A Palermo, il la lo ha dato Antonello Cracolici. L’assessore ha postato nel weekend su Facebook una foto al banchetto, accompagnata da questo testo: “Una mattinata di incontri, confronti e scambi di idee al banchetto del Partito Democratico di via Belmonte, organizzato nell’ambito di “Italia coraggio! “. Spero che questa iniziativa serva anche a svegliare il PD di Palermo che, onestamente, sembra in sonno”. Stoccata che il segretario cittadino Carmelo Miceli ha mal digerito: “Se il Pd a Palermo dorme la segreteria regionale è in coma profondo”, ha risposto l’esponente renziano. Aggiungendo: “Il Pd di Palermo dorme? Cracolici è assessore e deputato palermitano, nella segreteria provinciale ci sono uomini vicini a lui, il capogruppo a Sala delle Lapidi è espressione della sua corrente, quando il neo assessore parla di Pd palermitano parla anche di se stesso vero?”.
Un battibecco a distanza sintomo della mai risolta spaccatura interna tra gli ex Ds, l’area più vicina al segretario regionale Fausto Raciti e a Cracolici, e ai renziani di Davide Faraone. Che i “vecchi” del partito guardano come i responsabili di una sorta di invasione barbarica del Pd, da parte di pezzi di vecchio centrodestra. Le porte spalancate al trasformismo suscitano malessere nella base. Emblematico il recente caso dell’elezione a capogruppo di Alice Anselmo, transitata in sei o sette movimenti politici prima di approdare al Pd. Un caso che ha attirato l’attenzione (e le canzonature) della stampa nazionale e che Davide Faraone ha invece rivendicato. Ma quali cambiacasacca, ha attaccato il sottosegretario nel weekend: “E’ il Pd che ha cambiato pelle. Le polemiche sono fatte da chi non si rassegna a capire. Il Pd oggi è un partito al 40%, non si può pensare che chi rappresenta quasi la metà del Paese possa stare a guardare il pedigree dei comunisti e dica che tutti gli altri devono restare fuori”.
Sarà, ma un certo disorientamento della base è tangibile. Ai banchetti nel fine settimana non si sono certo viste folle oceaniche. Quanto ai numeri del tesseramento, in via Bentivegna ci si aspetta un dato sostanzialmente stabile rispetto allo scorso anno (c’è tempo per le tessere fino al 31 dicembre), seppur con qualche flessione dovuta allo stallo di Messina ed Enna, dove il partito è commissariato. Sullo Stretto, dove Francantonio Genovese ai tempi d’oro collezionava tessere come un bambino le figurine, si procede non al tesseramento diretto ma solo a un’iscrizione, che sarà poi vagliata dal partito. E si passerà dalle 18mila tessere del passato a qualche centinaio. Proprio mentre Genovese e i suoi passano armi e bagagli in Forza Italia.
Da quanto si è visto fin qui, la temuta “Opa” sul partito da parte degli ultimi arrivati a suon di tessere non sembrerebbe esserci stata. Fibrillazioni in questo senso ad esempio c’erano state a Catania, dove sono approdati in casa Pd nei mesi scorsi Luca Sammartino e Valeria Sudano, o nel Trapanese, la provincia di Paolo Ruggirello. È questa al momento dentro il partito la questione che scalda più gli animi, con i “vecchi compagni” preoccupati da un possibile snaturamento del Pd. La vicenda viene sentita molto sui territori, dove magari il “volto nuovo” del renzismo è incarnato da politici che fino all’altroieri erano avvertiti da militanti e base dem come rivali.
E così, in questo clima, ogni tanto parte la polemica social, come quella tra Cracolici e Miceli. Non a caso a Palermo, dove le tensioni e i mal di pancia si sono fatti sentire più che altrove. È qui che nei mesi scorsi Fabrizio Ferrandelli, Ninni Terminelli, Pippo Russo e Pino Apprendi lanciarono i loro strali contro l’andazzo del partito in una affollata manifestazione pubblica. Da allora Russo ha lasciato il partito, gli altri hanno continuato a proporsi come voci critiche dall’interno. “Quando si vive solo grazie alla politica, non per la passione, ma per lo stipendio, si è pronti a difendere l’indifendibile – ha attaccato sui social Apprendi -. Ieri, in Sicilia, e’ stato un flop per i così detti banchetti che il mio partito ha organizzato. In questo momento che il Pd governa il Paese e la Sicilia stessa, nelle piazze, ai banchetti doveva esserci l’entusiasmo dei cittadini “contenti” dei risultati conseguiti. Invece in Sicilia abbiamo registrato il flop”.

