Biagio Conte è uno 'scandalo': ecco perché

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Pippo Russo
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Il valore della solidarietà
LA STORIA DI BIAGIO CONTE
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3 min di lettura

Ho avuto il privilegio — inaspettato e immeritato — di incrociare sulla mia strada giganti della fede e della carità come Padre Pino Puglisi e Madre Teresa di Calcutta. È stato allora, da giovane, che ho scoperto il volontariato non come un’attività di ogni tanto, ma come un vero modo di stare al mondo.

Da quel momento ho cercato, con tutti i limiti e le miserie della condizione umana, di fondare la mia vita sul valore della solidarietà. Più tardi, da giovane adulto, ho creduto che impegnarsi in politica fosse una delle forme più alte e nobili della carità. Lo avevano detto Pio XI, poi Paolo VI e, in tempi più recenti, Papa Francesco. Avevano ragione, almeno in teoria. Nella pratica, però, ho scoperto quanto grande possa essere l’inganno dietro false apparenze.

La solidarietà, quella dimensione dell’esistenza che oggi sembra quasi cancellata insieme al senso stesso di umanità, rischia di perdersi quando le sicurezze personali, la corsa ai beni materiali e la ricerca del successo diventano l’unico orizzonte possibile. In un tempo in cui è così facile voltarsi dall’altra parte, la figura di Biagio Conte mi ha travolto come una valanga e, al contempo, mi ha illuminato come una luce improvvisa.

Per me Biagio è stato — e rimane — uno “scandalo”, nel senso più autentico del termine: qualcosa che interrompe il cammino abituale, che ti sconvolge, ti obbliga a fermarti e a guardarti davvero intorno.

Fratello Biagio, novello San Francesco, con le sue opere di misericordia verso gli ultimi e i derelitti mi ha sedotto senza prediche. I suoi continui appelli ai politici perché facessero il proprio dovere, invece di chiudersi nei palazzi del potere a coltivare ambizioni e pratiche non sempre trasparenti, mi costringevano ogni giorno a interrogarmi. Non soltanto come credente o come dirigente politico, soprattutto come essere umano.

La sua scelta radicale di condividere la vita dei senzatetto, di vivere tra loro, di costruire spazi di accoglienza e dignità nella Palermo ferita degli anni Novanta e oltre, non mi ha lasciato indifferente. Mi ha obbligato a confrontarmi con la distanza — a volte imbarazzante — tra le parole e i gesti, tra l’ideale della solidarietà e la comodità delle mie abitudini.

Mi hanno insegnato che esiste una straordinaria ricchezza di vocazioni. Nessuno di noi è chiamato a diventare una replica di Biagio Conte. Le forme della compassione e della vicinanza a chi soffre sono innumerevoli, e ciascuno deve cercare e ricercare la propria. Non si tratta di indossare tutti un saio o di occupare edifici abbandonati.

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Si tratta, semplicemente, di non voltare lo sguardo. Di non permettere che la pressione delle nostre sicurezze e dei nostri progetti di affermazione diventi una giustificazione permanente per l’indifferenza. Biagio ha incarnato l’invito evangelico a stare dalla parte di chi viene scartato. La sua vita è stata una continua provocazione: si può vivere altrimenti. Si può mettere al centro non il possesso, ma la relazione; non il potere, ma il servizio.

Ancora oggi la sua figura continua a inquietarmi. Mi ricorda che la solidarietà non è un sentimento vago né un’opera di beneficenza distante: è una scelta di prossimità. Mi ricorda che la solidarietà, la carità non è un gesto consolatorio, un’elemosina, ma una pietra capace di far inciampare chi cammina troppo sicuro di sé. E mi ricorda, particolarmente, che nessuno di noi — credente o meno — è esonerato dal compito di non voltarsi dall’altra parte. Grazie, fratello Biagio.

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