Caro Zamparini, sei proprio sicuro | di non avere sbagliato nulla?

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Ricordi quando eri considerato un grande imprenditore? Sei certo di essere stato all'altezza?

Caro Maurizio Zamparini, Scusa l’insolenza dei tuoi ex sudditi: perché?

Avevi un impero di sogni e di ricchezze. Eri il benefattore di una città che ti adorava. Se ti fossi presentato, non come sindaco, ma per la carica di monarca assoluto da eleggere una volta sola per poi regnare a vita, saresti stato incoronato in forma di acclamazione.

Sei sempre stato un tipo ostico, poco incline al rapporto mediatico, non troppo affettuoso e nemmeno ‘ruci di musso’, come si dice dalle tue parti, in Friuli. Tuttavia, all’epoca delle tue giornate d’oro, il tuo essere caparbiamente asocial, il tuo non seguire le partite, il tuo startene appartato, un po’ gelidamente discosto, rispetto al catino ribollente, alle stigghiole rituali, al quarume dei cuori sfrigolanti di Palermo, ecco, erano doti che sollecitavano lodi plurime ed entusiastiche.

Ora, nella catastrofe di un tracollo, di una retrocessione che brucia – e di cui tu sei considerato il responsabile numero uno – le qualità di un tempo sono diventate colpe e veleni affissi alla porta di un metaforico esilio e di una condanna. Non ce n’è uno che associ il tuo nome a una benedizione, da piazza Politeama allo Zen. Mica male come investimento. A noi resta la domanda dei gabbati rosanero, quali ci sentiamo: perché?

Non preoccuparti, mica stiamo qui a farti la predica. Le omelie, gli uomini, rudi e taglienti, le ascoltano in chiesa, se vogliono. Però, un dubbio ci assale: sei sicuro di esserti comportato bene, personalmente in persona, nella tua qualità di imprenditore? Qualche dubbio in proposito lo nutriamo e umilmente ti giriamo le nostre profane perplessità, i sommessi interrogativi di chi ha dieci euro nel portafoglio e devono bastare per un giorno, confidando nel ristoro della tua saggezza.

E veniamo a un esempio concreto. Mettiamo il caso, in chiave del tutto surreale, che tu possegga una fabbrichetta alimentare che produce cucuzze con la polenta. Il prodotto non si vende, nonostante una poderosa campagna di marketing. Tu che fai? Esoneri – pardon – licenzi il direttore della pubblicità. Ne arriva un altro e le cose non migliorano. Licenziato, pardon, esonerato pure il secondo. Un terzo, e così via… Tutti rimandati a casa con ignominia. A quel punto non ti viene il pensiero che le cucuzze con la polenta nessuno le sceglie, perché non piacciono proprio a nessuno?

Idem per il Palermo e il valzer dei suoi allenatori. Via Ballardini, con i suoi occhiali da sole di sintomatico mistero. Via De Zerbi, il profeta ipotetico del bel gioco. Via Corini, Capitano coraggioso. Via Diego Lopez, sudamericano che pareva uscito dalla strofa più triste di una canzone malinconica. Riecco Bortoluzzi convocato per ‘l’accompagno’ in serie B. Certo, il presidente era già l’iper-sorridente Paul Baccaglini, ma confermava una linea che tu avevi inaugurato.

Un oculato investitore non avrebbe cercato di rinforzare la squadra, piuttosto che tagliare teste incolpevoli, con un esborso di soldi che sarebbe stato saggio utilizzare altrimenti? E’ la parabola gastronomica delle cucuzze con la polenta, se non va, non va. Potrai licenziare ed esonerare chi vuoi; comunque non andrà. Rinnoviamo il punto interrogativo: sei certo di avere reso omaggio alla tua riconosciuta notorietà imprenditoriale? Ti senti a tuo agio nella posizione di chi non ha mai manifestato una, sia pur larvata, autocritica che non fosse un alibi di maniera?

Tu, per molto tempo, sei stato considerato un esempio da seguire. Il mecenate illuminato del Nord misericordiosamente disceso in una terra disperata per esportare la sua ricetta e i suoi miracoli. In tale munifica e magnifica veste fosti pure convocato al cospetto di una celeberrima Leopolda renziana in salsa sicula. Tu avevi la soluzione. Tu avevi il know-how. Tu eri il prode Zamparini Maurizio da Bagnaria Arsa. E adesso? Magari dirai – forse potresti dirlo – che, con la cessione del Palermo, ci hai guadagnato. Perfetto. E chi siamo noi per criticarti dal basso dei nostri dieci euro?

Tuttavia, vedi, Caro Maurizio, gli imprenditori di sostanza sono tali quando creano e proteggono il valore di qualcosa di importante per una comunità, quando, seppure da privati, avvertono il peso di una responsabilità condivisa. Gli altri fanno un altro mestiere. Gli altri, legittimamente, vendono e comprano. E non lasciano niente a nessuno. Così, alla fine di tutto, rimane un sapore acre di polenta e cucuzze.

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