C’è qualcuno in ascolto per registrare il grido degli ospedali siciliani? Abbiamo cominciato – a Palermo, nella disperazione prossima – a raccontare le storie degli operatori della sanità, perché la cronaca incalza con le aggressioni, con la tensione e con le violenze che sono sempre inaccettabili, specialmente se messe in atto dal branco che pretende di farsi ragione con il torto.
Abbiamo registrato, e continueremo a farlo, il sacrificio di chi indossa un camice bianco con coscienza di sé. Turni stressanti. Poche risorse. Quasi nessuna difesa. Ecco l’elenco minimo delle doglianze. Se sei un medico, un infermiere, uno che lavora in corsia, col senso del dovere, ogni giorno lo vivi come una passeggiata sul filo, all’interno di strutture di cristallo, accessibili a tutti, che non offrono riparo, né privacy.
Se sei un malato rispettoso, educato e composto, non gravissimo, ma nemmeno pimpante, invece, sei, tuo malgrado, protagonista di un’attesa biblica, spesso in stanzoni afosi, come accade all’ospedale ‘Cervello’, ristretto in una densità di corpi accalcati. E maledici, in ogni istante, l’accidente che ti ha condotto lì.
Sono cose note, del resto. Le sa la politica, le sanno gli addetti, le sa l’uomo della strada. Eppure, non cambia mai niente. O cambia pochissimo, in maniera pressoché impercettibile. Si avvicendano gli assessori, anche persone di buona volontà e di lodevoli intenti, ruotano dirigenti, affini e sottobosco; ma il risultato è lo stesso: la nostra sanità somiglia a una zattera alla deriva che trasporta insieme chi cura e chi deve essere curato.
Ci sono ottimi professionisti che si fanno in quattro, reparti che non hanno nulla da invidiare a nessuno. Tuttavia, l’utente medio che, mediamente, entra in contatto con le aree d’emergenza, ricava, giustamente, un’idea tragica del contesto. Se quello è il biglietto da visita, figuriamoci cosa c’è dietro.
Perciò, non bastano più le dichiarazioni roboanti, l’auspicio di inasprimenti delle pene, i progetti a media o a lunga scadenze, le parole con cui ogni potere regnante accredita se stesso quale risolutore di guasti resi acuti dalla mancanza di interventi negli anni.
Qui ci vuole una politica che prenda consapevolezza vera dello stato delle cose, abbandonando la retorica, e collochi la sanità in cima alle criticità da risolvere, iniziando proprio dal pronto soccorso.
E’ necessario garantire i camici bianchi appassionati e i pazienti civili, emarginando i nullafacenti e i violenti, con la creazione di spazi vivibili in cui ognuno possa essere se stesso, senza abdicare alla dignità. Altrimenti, risparmiatevi l’ipocrisia delle ispezioni, dei comunicati stampa che servono, rispettivamente, a gonfiare il petto e a lavarsene le mani. La beffa che segue il danno.
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