PALERMO – Condannato il presunto capomafia di Brancaccio, assolto il sindacalista che lo avrebbe favorito.
Il giudice per l’udienza preliminare Elisabetta Stampacchia ha inflitto 16 anni di carcere a Gaetano Savoca. Difeso dagli avvocati Stefano Santoro e Jimmy D’Azzò, per lui la procura aveva chiesto vent’anni. L’assolto è Luciano Gargano, sindacalista della Uil.
I poliziotti della squadra mobile di Palermo arrestarono Savoca l’anno scorso. Il procuratore Maurizio de Lucia, l’aggiunto Marzia Sabella (non più in servizio a Palermo) e i sostituti Francesca Mazzocco e Francesca Dessì lo monitoravano da tempo.
Già condannato per mafia
Già condannato per mafia, 58 anni, figlio di Pino, storico capomandamento, Gaetano Savoca nel giugno 2018 accompagnò Leandro Greco, nipote di Michele, il papa di Cosa Nostra, ad un appuntamento con Calogero Lo Piccolo.
Era una stagione di grande fermento. Leandro Greco e Calogero Lo Piccolo, figlio del boss di San Lorenzo, Salvatore, hanno partecipato all’ultima riunione della cupola di Cosa Nostra, convocata in una palazzina a Baida nel maggio 2018. In quell’occasione furono stabilite le regole e anche i nomi di chi sarebbe subentrato al comando in caso di arresto.
I contatti con il boss di Tommaso Natale
Di recente ci sarebbero stati anche dei contatti fra Gaetano Savoca e Michele Micalizzi, anziano boss di Tommaso Natale. Savoca si sarebbe dato un gran da fare per gestire gli affari, dirimere i contrasti e garantire il sostegno economico agli associati detenuti.
Il contesto in cui Savoca avrebbe diretto le operazioni era carico di tensioni sfociate nel sangue. Allo Sperone è stato assassinato Giancarlo Romano, considerato un boss in ascesa, per dei contrasti nella gestione delle scommesse sportive.
Da vecchi boss sarebbero arrivate richieste che testimonierebbero “l’influenza nelle assunzioni presso cooperative” da parte di Savoca.
Tra coloro che avrebbero ricevuto le pressioni ci sarebbe stato anche Gargano, sindacalista della Uil funzione pubblica, difeso dall’avvocato Carmelo Ferrara.

Era imputato di favoreggiamento perché, una volta convocato dagli investigatori, negò l’accusa.
I collaboratori di giustizia
Francesco Colletti e Filippo Bisconti, capimafia di Villabate e Belmonte Mezzagno, diventati collaboratori di giustizia hanno aggiornato il ruolo di Savoca. Bisconti sapeva che “Pino Ficarra non poteva gestire il mandamento perché non aveva le qualità per farlo, ma lo gestiva con le direttive del cugino Gaetano Savoca”.
Colletti invece non lo avrebbe conosciuto personalmente ma si sarebbe imbattuto indirettamente in lui quando Girolamo Celesia, altro volto noto della mafia di Brancaccio, andò a chiedere il pizzo ad un negoziante di mobili.

