COSENZA – È un fiume in piena. Domizio Bergamini, papà di Donato, Denis per tutti, giocatore del Cosenza degli anni ’80. E’ un padre disperato alla ricerca della verità. Alla ricerca di un perché. Da quella tragica sera del 18 novembre 1989, papà Bergamini non è più lo stesso. Ha lasciato perfino il suo lavoro di imprenditore. Da quel giorno la sua ragione di vita è una sola. Trovare la verità sulla morte di Denis. Ma per capire bene la storia, dobbiamo fare un passo indietro, è raccontare cosa successe la sera del 18 novembre 1989.
I fatti
Quel giorno, era un sabato pomeriggio, come accadeva puntualmente alla vigilia delle partite, il Cosenza – squadra che allora militava in serie B – dove giocava Denis Bergamini, è in ritiro all’hotel Agip di Rende, nel Cosentino. Nel pomeriggio, tutti i giocatori della squadra al completo vanno al cinema, per vedere un film. Tra loro c’è anche Denis. Intorno alle sedici, il calciatore si allontana, va a casa della sua ex ragazza, Isabella, e con lei in macchina si dirige verso Taranto. A Isabella, avrebbe raccontato, secondo la versione di quest’ultima, di voler fuggire dall’Italia. Ma addosso a Denis verranno trovati pochi spiccioli e un assegno di quasi 9 milioni di lire del Cosenza Calcio. Intorno alle 20 di sera Isabella chiama l’hotel dove è in ritiro la squadra e comunica all’allenatore, Gigi Simoni, e al direttore sportivo, Roberto Ranzani, che Denis è morto: schiacciato da un camion lungo la strada statale 106, all’altezza di Roseto Capo Spulico. Quando i dirigenti del Cosenza arrivano sul posto, già si parla di suicidio. In pratica Denis, secondo quanto riferito da Isabella, l’unica che ancora oggi conosce la verità, scende dalla sua auto, una “Maserati biturbo” e si lancia sotto un camion in transito.
I dubbi
Il giorno dopo, in Calabria, arrivano i genitori del calciatore: a loro verrà consegnato il corpo di Denis, senza che sia stata fatta l’autopsia. Al padre, che chiama in ospedale per sapere dove sono finiti i vestiti del figlio un infermiere risponde: “Sono in un sacco da portare all’inceneritore”. Papà Bergamini chiede per favore di trattenere i vestiti che andrà lui stesso a ritirare, ma lo stesso interlocutore cambia versione e risponde: “No, no mi sono sbagliato i vestiti non ci sono, non ci sono”. Bergamini padre minaccia l’intervento dei carabinieri, ma ciò non porterà a nulla. Molti anni dopo nel libro di Carlo Petrini “Il calciatore suicidato” viene fuori un’intervista a Michele Padovano che racconta che sul pullman del Cosenza i giocatori tiravano a sorte per chi dovesse avere i vestiti dello sfortunato centrocampista emiliano. Domizio Bergamini oggi ha 65 anni, ormai è convinto di una cosa sola: “In Italia la giustizia funziona solo per qualcuno, non per tutti. Io non chiedo nulla se non la verità su mio figlio. Perché Denis non si è ucciso. L’hanno ammazzato”. Con lui anche tanti supporter del Cosenza scesi in piazza nel dicembre 2009 per chiedere di riaprire l’inchiesta.
Il mistero
Le indagini, infatti, ben presto – e sarebbe utile capire il motivo – sono state archiviata dalla magistratura come suicidio. Per chi come il cronista ha avuto la possibilità di leggere gli atti, si rende conto da subito che i conti non tornano. Il primo a non essere convinto di ciò è proprio papà Bergamini. E anche la dinamica dell’incidente non convince per niente: “Mi vogliono far credere che mio figlio è finito sotto un camion 4 assi, carico di 138 quintali di arance, trascinato per ben 64 metri e il suo corpo è rimasto intatto? Non è possibile. Come non è possibile che dopo l’incidente il suo orologio continuasse a funzionare”. Ma la cosa che preoccupa di più sono le inesattezze nei racconti della ragazza, l’unica a sapere esattamente come sono andati i fatti. Ma c’è dell’altro: il camion che ha investito Denis è sparito nel nulla, neanche è stato sequestrato. Grottesca è, poi, la dichiarazione dell’autista: “Dopo aver sentito il botto e camminato per circa 50 metri, ho fatto marcia indietro per vedere cosa era successo”. Quindi, dato che il corpo del ragazzo, come si evince dal rapporto dei carabinieri, è stato trovato davanti al camion, lo stesso mezzo è passato per ben due volte sul corpo del giocatore. Ma anche qui l’autopsia, effettuata dopo oltre due mesi dalla morte a seguito delle tante richieste dei familiari, dà ragione alla famiglia dello sfortunato giocatore: “La morte è avvenuta per dissanguamento della vena aorta. Segni di graffi o di schiacciamento e di ossa rotte nel cadavere non ne risultano”. Praticamente impossibile, vista la descrizione dell’incidente. Ma Domizio Bergamini rivela un particolare importante: “Due poliziotti della questura di Cosenza mi dissero che mio figlio fu ucciso, ma che purtroppo non si poteva fare niente, perché qualcuno aveva corrotto chi sapeva, comprando perfino i banchi dei tribunali”. Ma questi due poliziotti, adesso, non sono più alla questura di Cosenza, sono stati trasferiti altrove con altri incarichi, perché si erano spinti troppo oltre il limite per cercare la verità. Una verità forse scomoda che interessa a pochi.

