PALERMO – C’era un gran viavai nel magazzino al civico 118 di via Luigi Bertett, allo Sperone. Era la base operativa di chi controllava la piazza dello spaccio per conto del boss Stefano Marino, capo della famiglia mafiosa di Roccella.
Un camion carico di cassette per la frutta e il furgone di un’agenzia funebre: erano insoliti i mezzi su cui veniva trasportata la droga. Era un tentativo, mal riuscito, di non dare nell’occhio. Qualcuno armeggiava, prendeva qualcosa e andava via in direzione di un altro magazzino, in via Oreto 382.
Una mattina i poliziotti eseguirono delle perquisizioni. Trovarono duecento grammi di cocaina e un’agendina in cui erano annotati cifre e conteggi. A completare il quadro probatorio hanno provveduto le microspie piazzate su ordine della Direzione distrettuale antimafia. Antonio Chiappara si vantava della sua esperienza nei traffico di droga. Bei tempi quelli in cui “mio zio Nino… il fumo a diecimila euro al chilo… minchia tempi d’oro. Facevo una scinnuta e portavo trenta chili, quaranta chili di oro, mah”. Del presente parlava soprattutto un uomo misterioso: “Per adesso la prendo a quarantasei questa… è buona, perché esce tutta ghiaccio”.
Lo scorso febbraio al magazzino arrivò un furgone di un’agenzia funebre, “Ultima cena” si chiama, con alla guida Paolo Roveto, che cinque mesi dopo, lo scorso luglio, sarebbe stato arrestato nel blitz assieme al capomafia di Brancaccio Lugi Scimò (Rovetto non è indagato per mafia). Rovetto prelevò alcune dosi di droga che gli aveva passato Salvatore Puntaloro. Che fosse droga sarebbe emerso con chiarezza il successivo mese di marzo, quando i poliziotti delle Mobile fecero irruzione nel magazzino e vi trovarono un laboratorio artigianale per la produzione di crack. In manette finirono Salvatore Puntaloro e Paolo Di Carlo. Allora non si sapeva ancora che dietro l’attività ci fosse la regia dei fratelli Marino.

