Falcone e "l'antimafia dei fatti" |Cambia la retorica dell'Aula bunker

Falcone e “l’antimafia dei fatti” |Cambia la retorica dell’Aula bunker

Maria Falcone e Pietro Grasso ricordano il maxiprocesso. La Bindi chiede liste pulite. E nei discorsi si parla di "falsa antimafia".

La commemorazione
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PALERMO – Bisogna trovare la forza e il coraggio di andare “oltre la falsa antimafia”, dice la studentessa di una delle tante scuole protagoniste della manifestazione “Palermo chiama Italia”.

Nel giorno in cui si ricorda il XXIV anniversario della strage di Capaci il bunker del carcere Ucciardone si riempie di studenti, autorità, magistrati e politici. Ai ragazzi va riconosciuto l’entusiasmo di sempre. Ci mettono il cuore. Ci credono davvero, a Palermo come nelle altre piazze d’Italia collegate: Milano, Gattatico (Reggio Emilia), Firenze, Napoli, Roma, Pescara, Bari, Barile (Potenza).

La giornata si apre con le note dell’inno di Mameli e il messaggio del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. La morte di Falcone, dice il capo dello Stato, segna “l’avvio di una riscossa morale, l’apertura di un nuovo orizzonte di impegno grazie a ciò che si è mosso nel Paese a partire da Palermo e dalla Sicilia, grazie alla risposta di uomini delle istituzioni, grazie al protagonismo di associazioni, di giovani, di appassionati educatori e testimoni”.

Nella giornata della memoria, al di là della inevitabile retorica, si intravede un tentativo di “guardare oltre” per tornate alla concretezza. Una concretezza che, lo impone la cronaca, ha la faccia di Giuseppe Antoci, il presidente del Parco dei Nebrodi che qualcuno pochi giorni fa voleva ammazzare. Antoci è stato invitato al bunker e risponde così alle fucilate: “L’antimafia non si predica, si pratica con i piccoli gesti”. Guai a dirgli se sente addosso il peso di essere diventato il simbolo che può ricompattare una nuova antimafia, sulle macerie della vecchia: “Non mi sento il simbolo dell’antimafia, ma un cittadino che fa il proprio dovere con i fatti. Servono i convegni e i libri che creano cultura e coscienza, ma ci vuole l’antimafia dei risultati. Noi abbiamo disarcionato Cosa nostra da un affare milionario”. E cioè quello della concessione per pochi spiccioli di terreni demaniali a personaggi legati alla mafia messinese.

Alla concretezza riporta Maria Falcone, sorella di Giovanni, anima della Fondazione che porta il nome del magistrato assassinato e organizzatrice della giornata della memoria. “Mi emoziona sempre tornare in quest’aula dove è iniziato tutto. Qui è stato celebrato il più grande processo penale del mondo. È qui che nacque la sentenza che per il Paese rappresentava la rinascita, ma per noi la morte di nei nostri cari”. Erano i giorni del maxi processo. L’Italia prendeva consapevolezza, come racconta Pietro Grasso, oggi presidente del Senato ma che di quel processo fu giudice a latere del presidente Alfonso Giordano, del fenomeno mafioso nella sua interezza di organizzazione piramidale. Da quel momento in poi la lotta alla mafia avrebbe goduto di un patrimonio di conoscenze dal valore inestimabile.

Fu un punto di non ritorno, uno schiaffo contro quelli che, usando le parole del ministro della giustizia, Andrea Orlando, anche “fra politici, intellettuali e uomini di chiesa negavano l’esistenza stessa della mafia. Ci sono state generazioni che pronunciavano la parola mafia a voce bassa e chi parlava di lotta alla mafia veniva strumentalizzato”. Orlando rivendica i risultati del governo. Cita “la legge sugli eco reati, quella sulla corruzione” e annuncia “la riforma dell’agenzia per i beni confiscati e quella sulle estradizioni e la cooperazione giudiziaria per combattere una criminalità sempre più sovranazionale”.

La convinzione generalizzata è che la mafia come finora l’abbiamo conosciuta è stata vinta, “ma non sconfitta – dice il procuratore nazionale Franco Roberti -. I risultati ci sono stati, l’azione dello Stato c’è”. “Cosa nostra continua ad essere se stessa benché colpita, e duramente, nel corso di questi anni. Non avendo più quella forza militare di una volta – aggiunge il procuratore di Palermo, Francesco Lo Voi -, continua ad agire per intromettersi e inserirsi nei circuiti legali, nella pubblica amministrazione, nel mondo delle professioni, nella politica”.

Sulla stessa lunghezza d’onda le parole della presidente della Commissione nazionale antimafia Rosi Bindi, secondo cui “la mafia si trasforma, ma le armi da qualche parte ci sono (dice ricordando il caso di Antoci, ndr). Quella mafia (nella versione stragista, ndr) l’abbiamo piegata, ma la mafia è ovunque, continua ad avere rapporti con la politica attraverso le amministrazioni comunali”. Parte ora un appello alla politica in vista della prossima tornata di elezioni amministrative: “La politica deve selezionare la classe dirigente – dice la Bindi -. Le forze in campo, se si sono accorte di avere messo in lista qualcuno poco trasparente, sono ancora in tempo per toglierlo”. Quello della Bindi appare come un tentativo di tornare al primato della politica, anche nei confronti della stessa magistratura. Un tentativo che si fa esplicito quando la Bindi dice che “gli errori politici si perseguono nelle aule giudiziarie ma nelle sedi politiche”.

È la giornata degli appelli. Uno lo lancia il ministro dell’Istruzione Stefania Giannini, rivolgendosi ai veri protagonisti della giornata, gli studenti e i professori, “coloro che ogni giorno nelle classi dicono no alla mafia. Insieme ce la possiamo fare ecco perché a chi non ci va dico ‘tornate a scuola’. La giornata si chiude con i premi alle scuole e una canzone dei ragazzi. Il protocollo va in soffitta. Anche le autorità scandiscono il ritmo con un applauso.


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