Cuffaro lettera su Gaza

Gaza ferita aperta, se un governo tradisce la memoria della Shoah

La riflessione sui massacri nella Striscia

In un tempo in cui la memoria dovrebbe insegnarci a non ripetere gli errori del passato, Gaza appare oggi come una ferita aperta nella coscienza del mondo. Le immagini che arrivano da lì non parlano soltanto di macerie, ma di vite sospese, di esistenze costrette entro un confine che non è solo geografico ma anche esistenziale: l’impossibilità di scegliere il proprio destino.

Molti osservatori hanno tracciato parallelismi dolorosi con i ghetti ebraici d’Europa, e non per ridurre la portata della Shoah, ma per ricordare che il meccanismo della segregazione, dell’isolamento e della privazione della dignità umana si ripete ogni volta che un popolo viene costretto a vivere senza vie d’uscita, privato di libertà elementari.

Nei ghetti, come a Gaza oggi, la popolazione civile non era un attore della guerra, ma la sua vittima.

Proprio per questo in un popolo che ha conosciuto l’abisso della persecuzione si alzano, oggi, tante voci per condannare senza appello le scelte di un governo che rischiano di tradire la memoria stessa della sofferenza. Non pochi ebrei, dentro e fuori Israele, contestano Netanyahu e il paradigma di forza che sembra guidare la politica verso Gaza.

In quelle voci di dissenso si intravede un filo di speranza: la consapevolezza che non si può costruire sicurezza sull’oppressione di un altro popolo.

Di recente Papa Leone XIV ha ricordato che “Tutti i popoli, anche i più piccoli e deboli, devono essere rispettati dai potenti nella loro identità e nei loro diritti, in particolare il diritto di vivere nella propria terra; e nessuno può costringerli all’esilio”.

Di fronte a questo scenario, ciò che resta alla coscienza civile globale non è l’indifferenza, ma la responsabilità. Non possiamo, come uomini e donne, limitarci ad osservare in silenzio: il silenzio è già complicità. Se i governi restano immobili o complici, a ciascuno rimane il potere delle scelte quotidiane.

È quanto ci testimonia in termini commoventi e drammatici la nota congiunta del patriarca di Gerusalemme dei Latini, cardinale Pierbattista Pizzaballa, e quello dei greco-ortodossi, Teofilo III, con la quale è stato reso noto che pur dopo la decisione di Israele di occupare interamente la Striscia di Gaza “Il clero e le suore hanno deciso di rimanere e continuare a prendersi cura di tutti coloro che saranno nei complessi”.

Gaza non è soltanto una questione geopolitica. Gaza è il luogo in cui ci si interroga sul senso stesso dell’essere uomini: cosa significa convivere sulla stessa terra? Cosa significa non dimenticare la sofferenza, anche quella che non è nostra? Cosa significa, in definitiva, non voltare lo sguardo?

Quando la riflessione si piega si piega all’oggettività della condizione umana, ci ricorda che la libertà non è un privilegio concesso, ma un diritto che appartiene a ciascun essere umano per il solo fatto di esistere.

Se un popolo viene privato di quel diritto, non è solo la sua libertà a morire, ma un pezzo di libertà universale che svanisce. E questo, Gaza lo testimonia oggi, davanti a un mondo che non può più dire di non sapere.


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