Dopo il nostro articolo sul Cuffarismo, la lettera del dirigente della Dc, Stefano Cirillo e la risposta del direttore di LiveSicilia.it, Roberto Puglisi
Gentile Direttore,
intervengo perché vengo chiamato direttamente in causa, anche sul piano dello stile. Ma il punto non è la “veemenza” è il merito.
Nel suo articolo si invoca più volte un “cambiamento” che la Democrazia Cristiana e Totò Cuffaro non avrebbero compiuto. È una tesi legittima, ma resta vaga se non si chiarisce cosa, concretamente, si intendesse per cambiamento.
I fatti sono pubblici, Totò Cuffaro si è dimesso da segretario nazionale della Democrazia Cristiana ed io, a lui politicamente più vicino, da segretario regionale. Non atti simbolici, ma scelte politiche nette, assunte per separare una vicenda giudiziaria ancora in corso dalla guida del partito.
Se questo non è un cambio di passo, quale altro sarebbe stato ritenuto sufficiente, La dissoluzione del partito che centoventimila persone hanno votato. Si professa un garantismo di principio, ma poi si formula una valutazione morale anticipata che si traduce in una condanna politica preventiva.
È una contraddizione, il garantismo non può essere selettivo né a scadenza.
Difendere il diritto della Democrazia Cristiana a esistere e a partecipare al confronto democratico non significa rimuovere il passato, ma rifiutare che diventi una delegittimazione permanente.
La domanda resta semplice, chi decide quando una forza politica ha “espiato” abbastanza per tornare pienamente legittima nello spazio pubblico
Mi permetta questo diritto di replica
Cordialmente,
Stefano Cirillo
La nostra risposta
Il dottore Cirillo pone domande che hanno già ricevuto una chiara risposta, per quanto ci riguarda, in diversi articoli, che vanno oltre ‘l’espiazione’ recente. Un riflesso più o meno ‘convinto’ (il dubbio, in effetti, leggendo e rileggendo, viene). Ne riprendiamo soltanto due.
Il primo, in cui separiamo, come sempre è accaduto, vicenda giudiziaria e politica, appunto, pubblicato stamattina: “Il ‘peccato originale’ rimane e consiste nell’avere rimesso in campo, oltre l’esito delle contestazioni, i vecchi ritornelli del cuffarismo. Sarebbe stato naturale aspettarsi una svolta, nella scommessa di un percorso politico che prometteva di perseguire il rinnovamento, perché memore del passato. Non la sostanziale rivisitazione – penalmente rilevante o non – di schemi usurati”.
Il secondo che citiamo è antecedente: “Totò Cuffaro non ha cambiato il suo mondo e neanche se stesso, non in quel segmento, almeno. Scompare il Burundi, con il volontariato. Vanno in malora le calligrafie del nuovo corso di ispirazione sturziana. Si dissolvono le riflessioni sul carcere, sui sofferenti, sul valore sociale della politica”.
“Si stagliano, al loro posto, le chiacchiere maleodoranti del retrobottega, con il compulsivo e voluttuario richiamo ancestrale. Sarà perennemente ricordato il clamoroso e colpevole torto della festa, il 19 luglio, nel giorno di Paolo Borsellino e della sua scorta. La bassa mitografia dei baci e dei cannoli: ecco cosa resterà in rilievo. Ai posteri sarà narrato l’ultimo ritorno del Cuffarismo nel calco di una trama siciliana del potere in rovina. Per sua stessa scelta”.
Pensiamo che non ci sia altro da aggiungere (rp).

