Basta invertire i termini: vivere una “vita doppia” non è certo vivere una “doppia vita”, che quella la lasciamo ai lestofanti e ai truffaldini. No: vivere una “vita doppia” per Alice ed Ellen Kessler è stato davvero vivere come due in una, come una sola persona accanto ad uno specchio.
Tutto insieme. Le forme, gli sguardi. Perfino i movimenti, quelli che hanno attratto lo sguardo meravigliato dei primi spettatori sul marciapiede, davanti agli invitanti televisori nei negozi di elettrodomestici, nei primi anni ’60; un vederci doppio da sobri, un incanto in bianco e nero, uno spettacolo da “paghi uno, porti a casa due”.
Tutto insieme. Le mosse, come le parole, che si susseguivano una dopo l’altra senza sovrapporsi, come l’eloquio di una sola persona. Tutto insieme, con quella precisione matematica, quasi inumana, che colpiva e affondava i primi spettatori televisivi; un sincronismo che era perfezione assoluta, una bellezza che avrebbe meravigliato anche al singolare, e che raddoppiata volava in un’iperbole.
Tutto insieme. Vivere insieme, come si è saputo dalle poche notizie private, sugli amori e sui dolori, protetti da un pudore doppio e da una doppia intimità.
Basta invertire i termini, dicevamo, e le stelle luccicanti di un tempo giovane e di un’”età bella” diventano in un battito d’ali le tempie ingrigite di una “bella età”, come viene definita la vecchiaia da chi non vuole sentirne il peso.
E se tutto insieme si è vissuto, anche morire non può che seguire lo stesso cliché che tanto successo ha avuto, davanti alla platea sconfinata del mondo intero. Morire, sì; come l’ultimo atto di un’unica commedia, con la coerenza di tutta la restante sceneggiatura.
Basta chiamarsi fuori, adesso, dall’inutile chiasso mediatico dei Guelfi e dei Ghibellini del suicidio assistito. Non per affrancarsi dal prendere posizione, che quello tocca a tutti farlo, magari stando attenti ai dettami della propria coscienza, più che alle onde trascinanti di un pensiero comune, conformista e uniformato. Chiamarsi fuori, piuttosto, per cercare di immaginare ciò che, forse, non sapremo mai: perché questa scelta, in questo momento, spinte da cosa, da quali pensieri e da quali sentimenti. Forse da un mondo ingrigito, privato di senso.
Chiamarsi fuori per ammirare quest’ultimo volteggio da nuoto sincronizzato; chiamarsi fuori per capire meglio, da lontano; chiamarsi fuori pur nel doloroso e impossibile desiderio di stare accanto a loro in quest’ultimo soffio di vita.
E immaginarle nel pattuito, ultimo, sincrono respiro alla fine di un drammatico “uno, due, e tre!”
O forse no. Forse Alice avrà avuto il tempo di vedere compiersi il destino di Ellen prima di lei. Un minuto prima. Un attimo prima. Vedersi in vita con la sua ombra già altrove. Sentirsi per la prima volta sola. Per la prima ed unica volta. E non sopportarlo.
Chissà se una “morte buona”, perché tecnicamente rispondente agli effetti del “farmaco letale”, sia anche una “buona morte”. Basta invertire i termini, e i dubbi risaltano come illuminati a giorno. E ci restano dentro.

