I pacchi della spesa e le elezioni | L’Isola dei sudditi senza speranza

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24 Febbraio 2019, 15:14

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Questa Sicilia dei generi di prima necessità in cambio dei voti, quale emerge in filigrana dalle carte dell’ultima inchiesta – che non sono mai, ricordiamolo, sentenze definitive scritte col fuoco del roveto ardente – è una malinconia di se stessa, un inno alla disperazione, una pietra tombale su ogni chimera di cambiamento. Perché, se non fosse vera – e di cuore ce lo auguriamo – sarebbe verosimile.

La storia è deflagrata qualche giorno fa in calce a una nota indagine. “La promessa di voto – ha raccontato il nostro Riccardo Lo Verso – si otteneva con i pacchi della spesa. Così sostengono magistrati e carabinieri che indagavano sugli affari della mafia e avrebbero scoperto anche un caso di corruzione elettorale. Nell’inchiesta che ha portato in carcere tre persone a Campobello di Mazara è indagato anche Stefano Pellegrino, uno dei più noti penalisti della provincia di Trapani e deputato regionale di Forza Italia”. Il coinvolto si è difeso con ampia facoltà di replica: “Sono sereno per come ho svolto la campagna elettorale. Sono uno dei pochissimi deputati ad avere depositato in Corte d’appello l’elenco delle spese sostenute”.

E dunque, pur volendo dare per scontata, secondo necessario garantismo, la serenità dell’avvocato Pellegrino, e affidando alla giustizia il compito di accertare definitivamente fatti, circostanze e personaggi, rimane quel retrogusto agro appiccicato al palato.

Questa Sicilia orecchiata dei pacchi della spesa, che si lascia trattare da ancella del più forte, ci risulta tragicamente familiare. La precisa raffigurazione di una prassi, quasi di un destino, a prescindere dagli esiti della vicenda di cui si narra, che non muterebbe in nessun contesto. Infatti, le immaginiamo perfettamente le schiene curve, le mani tese, le ginocchia piegate di chi contrabbanda il voto, la stessa democrazia a pensarci, per pochi grammi di sussistenza. E qualcuno rivendicherà che la fame ha il diritto di sfamarsi con ogni stratagemma, ma siamo sicuri che sia sempre così?

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Il pacco, infatti, è metafora più che oggetto. Un doppiofondo che può celare gli stenti – il bisogno più scusabile – l’effimero valore di un telefonino, la valigetta di chi pretende un posto al sole, la costruzione di una ricchezza sulla pelle della povertà. Il pacco descrive lo scambio sottobanco, il rapporto che, a ogni livello, il suddito coltiva col potente. Non c’è mai un ragionamento sui diritti di tutti. C’è, invece, la richiesta occulta di un privilegio, con la garanzia di una mercificazione che ci rende uguali nella complicità, mentre strizziamo l’occhio ai principi inderogabili, inderogabilmente e precedentemente proclamati, quando eravamo sotto lo sguardo dei benpensanti.

Questa Sicilia tragica e ignara, che si immagina identica al suo peggiore costume, incatenata a una sorte senza speranza, che tira avanti come se l’abisso non fosse vicino, ha le sembianze di un regno di feudatari e servi della gleba in sintonia nella politica dell’espediente, spacciato per rivoluzione. E la rivoluzione è cucita con la stoffa del vestito nuovo che copre un vecchio inganno.

E’ la capitale delle metamorfosi e dei sotterfugi, questa Sicilia che ha tradito se stessa, dei baci sulle guance o all’anello, degli inchini e delle riverenze al cospetto del sovrano pro tempore a cui chiedere indulgenza più che risposte.

Perché sarà vero che certi figli del popolo, nel corso degli anni, hanno dimenticato il motivo della loro permanenza nei palazzi del potere, una volta cinta la corona dell’arroganza. Ma un certo popolo che li ha partoriti e spinti lassù, fino al balcone, non è mai stato migliore di loro.

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24 Febbraio 2019, 15:14

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