I partiti pagano i propri errori | Il più grave? Sottovalutare il M5s

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07 Marzo 2018, 06:04

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Lo stanno già derubricando come “voto di protesta”. Accrescendo così, ancora un po’, la propria distanza dalla gente. Che ha sempre votato per convinzione, per tradizione o per protesta, al netto – si intende – della fede nella clientela. Ma i partiti tradizionali e i loro dirigenti sembra non abbiano ancora compreso l’errore. Fatale, come si è rivelato in queste Politiche che segnano una cesura. Una di quelle rotture a metà tra i tempi e i fatti, che segnano i confini di un periodo.

Eppure sembra che i partiti non l’abbiano ancora capito. Bollando il successo del Movimento cinque stelle – incredibile nelle dimensioni, in Sicilia – come il frutto semplicemente del malessere sociale, della povertà e magari, già che ci siamo, dell’incultura o dei social network. L’antipolitica, come si ama definirla. Mentre la gente, ai margini della politica sta spingendo, lentamente, proprio quei partiti. Che in qualche caso cercano di inseguire i tempi come quegli uomini non più giovani che puntano, quantomeno, ad apparire “giovanili”.

Senza successo, stando a quest’ultima tornata elettorale. In Sicilia più che in altre parti. E non solo perché il “boom” pentastellato ha raggiunto dimensioni storiche: sono 54 i seggi conquistati sui 77 totali assegnati alla Sicilia. Ma anche perché quei partiti lì, quelli tradizionali, si erano illusi dopo le elezioni regionali che in fondo il pericolo fosse stato scampato. Che la marea grillina si stesse ritirando, o quantomeno arrestando, lasciando nuovamente i protagonisti di ieri, dove erano sempre stati.

Errore, errore madornale – anche per chi informa, nessuno può sottrarsi – non leggere nel risultato del Movimento cinque stelle, pochi mesi fa, i segni di qualcosa che stava montando. Errore gravissimo non comprendere che in fondo, tra Sicilia e Roma sarebbe cambiato molto, nonostante le cose fossero le stesse. Certo, a novembre la scelta del candidato governatore del centrodestra Nello Musumeci ha garantito autorevolezza e onestà sufficienti per sbarrare l’accesso di Giancarlo Cancelleri a Palazzo d’Orleans. Ma i partiti avrebbero dovuto comprendere che pochi mesi dopo la legge elettorale per le Politiche avrebbe cambiato tutto. Se si fosse votato a Roma – si ragiona ai limiti dell’assurdo, ovviamente – con la stessa legge siciliana, ci sarebbe oggi un premier di destra. E avrebbe ancora una volta assolto e ringalluzzito politici e partiti che ormai sembra abbiano poco da dire.

Ma i partiti siciliani, archiviate tra i brindisi le elezioni Regionali, hanno sottovalutato il Movimento cinque stelle. Ricominciando come se nulla fosse accaduto, con le vecchie pratiche, le solite campagne acquisti, le solite scelte compiute nei Palazzi, le solite logiche familistiche calate dentro le forze politiche, le solite facce. Le stesse forze, per intenderci, che non arrivano più ai poveri veri, a chi sta ai margini, nelle periferie. Che puntano il dito contro chi “alimenta la paura”, dimenticando di ammettere che la paura, quindi, c’è davvero. E che la “politica tradizionale” a quella paura non ha risposto con nessuna credibile rassicurazione.

Il “malessere sociale” che ha moltiplicato i consensi dei grillini al Sud non è una malattia, né un disturbo della personalità. I voti che ne sono il frutto, non sono voti di protesta, in molti casi. Perché il voto di protesta, a guardar bene, non esiste. Sono, quelli, voti politici. Genuinamente politici. Eccolo, l’errore dei partiti. Che hanno visto i loro “big”, dal lungo curriculum e dal prestigioso pedigree, cadere uno dopo l’altro, nelle sfide con “perfetti sconosciuti”, senza “nè arte né parte”, commentava qualcuno di loro. Gente che non ha mai amministrato, guidato, diretto.

Appunto.

I partiti tradizionali hanno sottovalutato proprio questo. Che la povertà, il malessere sociale, la rabbia sfogata dentro un’urna sotto forma di “ics”, è la risposta alla domanda: volete ancora chi ha amministrato, guidato, diretto in questi anni? E la risposta è stata chiara. In Sicilia, chiarissima.

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È la stessa rabbia che ha affossato un Partito democratico che nell’Isola si muove, ormai, solo “di rimbalzo”, tra le liti delle correnti, i renziani e i non renziani, le goffe danze tra il sostegno diretto ai governi di Crocetta a le demonizzazione delle stesse giunte, i tentativi spesso falliti di nascondere l’ipocrisia del proprio trasformismo.

È la rabbia – che è politica – che ha gettato alle soglie della soglia il partito di Piero Grasso: per tanti, evidentemente, solo un’altra faccia di quel mondo (per carità, basta con la casta) rappresentato dal renzismo e dal Pd.

Quel mondo dei professionisti della politica che non rappresenterebbero un male in sé, se non riducessero la propria arte, solo per fare un esempio legato alle recenti vicende, in un impegno profuso nella spartizione dei collegi blindati, su cui piazzare magari gente mai vista in Sicilia.

È la stessa rabbia – che ha una natura politica – che ha spinto fuori dal parlamento nazionale i candidati siciliani del centrodestra che si cimentavano nei collegi uninominali: presidenti dell’Ars, europarlamentari, assessori regionali, deputati uscenti. Tutti sconfitti. Un 28-0 che ha il sapore di una rivincita storica, di un capovolgimento del mondo a 17 anni dal 61-0 berlusco-cuffariano. Una sconfitta dovuta probabilmente anche al fatto che lì, dove si confida ancora nelle ormai appannate capacità di un logoro e stanco leader, hanno provato a raccontare la storia del “rinnovamento” seguendo il filo delle dinastie. “Ecco i giovani di Forza Italia” raccontano da qualche mese. Sperando che nessuno si accorga che nel frattempo erano stati semplicemente sostituiti i padri – in qualche caso non più presentabili – con figli, nipoti, cugini e nuore.

E ancora parlano di “protesta”, confidando nel fatto che chi protesta, prima o poi si stancherà di farlo. E non potendo accettare il fatto che possa esistere un’antipolitica che si fa politica. Prendendo il posto loro. Nonostante gli scandali che non hanno risparmiato il Movimento, nonostante le sue contraddizioni, le sue opacità, i toni in qualche caso violenti, il giustizialismo portato fino ai limiti del diritto, le commistioni tra pubblico (il gioco democratico) e il privato (la società che ne è alla guida), le oscillazioni a volte politicamente sospette.

La gente di Sicilia ha comunque preferito questo, alla “vecchia, rassicurante politica”. E un segno, illuminante, insieme al ciclone Cinquestelle, è la crescita della Lega nell’Isola. Qui dove la politica che teme gli effetti elettorali del malessere, della povertà, della rabbia di cui è anche responsabile per incapacità o malafede, è riuscita a far attecchire persino chi sputava contro il meridionale.

Nell’attesa di conoscere la parabola leghista, intanto, la Sicilia è dei Cinquestelle. Ai quali adesso si chiede di dimostrare di essere in grado di fare. Di non essere, come dicono gli altri, solo protesta. Di far fruttare, in atti concreti, la politica che è dentro l’antipolitica. Evitando, magari, di compiere l’errore commesso dai “vecchi partiti”: sottovalutare la gente. La stessa gente che si stancherà anche di loro, se non vedrà seguire i fatti alle parole. Se vedrà tradita ancora una volta quella fiducia che qualcuno si ostina ancora a definire “protesta”.

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07 Marzo 2018, 06:04

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