I verbali del pentito Musumarra: |"Così abbiamo ucciso Turi Leanza"

I verbali del pentito Musumarra: |”Così abbiamo ucciso Turi Leanza”

Dopo la pioggia di proiettili di due complici, il killer pentito Musumarra prende una calibro 38 a canna lunga: “Spostai -confessa il collaboratore- la testa di Leanza piegandola in avanti e gli sparai due colpi alla nuca, quindi riposai la testa e da circa 30 centimetri sparai tutti gli altri colpi mirando in testa e in faccia”. I verbali integrali sul mensile "S" (CLICCA QUI).

racconto agghiacciante
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CATANIA- Una calibro 7,65, una calibro 9 e una 38, tre pistole e una pioggia di proiettili il 27 giugno del 2014 segnano l’inizio di una nuova guerra di mafia a Paternò, viene ucciso il boss Salvatore Leanza. Un’esecuzione militare in piena regola, nel centro del paese. I killer si appostano, attendono che Leanza esce dall’abitazione, sale a bordo dell’auto guidata dalla moglie Barbara Bonanno e poi scatta l’agguato: bloccano l’autovettura e colpiscono Leanza alle spalle e al volto, gravemente ferita la moglie. I carabinieri sequestrano i bossoli, sono gli stessi che il pentito Francesco Musumarra dichiarerà di aver utilizzato, accusandosi del delitto. Dai verbali inediti di Musumarra -di cui “S” è venuta in possesso (clicca qui per acquistare il numero)- emergono particolari agghiaccianti del delitto Leanza. Un pentimento che ha sconvolto Paternò, Musumarra è stato rinnegato dalla madre che ha rifiutato pubblicamente di essere inclusa nel programma di protezione. I carabinieri, grazie al contributo del nuovo pentito, hanno eseguito la maxi operazione En-plein che ha consentito di arrestare 16 affiliati alle cosche che si contendono il territorio a Paternò e fermare una nuova, pesantissima, guerra di mafia.

Francesco Musumarra, detto Cioccolata, padrino del clan Murabito-Rapisarda, è stato coinvolto nell’operazione Baraonda del 2010: era ai vertici dell’organizzazione. Gestiva estorsioni, spaccio di cocaina, mentre era legato ai Laudani.

Turi Leanza detto “Padedda”, boss dei boss, è stato ucciso per contrasti risalenti nel tempo (vedi sotto). “Voglio precisare -dichiara il pentito Musumarra- che ha partecipato oltre a me anche Antonio Magro con ruolo di supporto e staffetta al fine di dirci quali erano i movimenti di Leanza”. Proprio Magro avrebbe comunicato a Musumarra e agli altri killer, che “Salvatore Rapisarda (boss di Paternò ndr) voleva questo omicidio ed era d’accordo, tanto che io comunicai quale sartebbe stato il gruppo di fuoco che doveva fare questo omicidio e Rapisarda acconsentì nel nominarmi come responsabile del gruppo di fuoco.

Musumarra spara gli ultimi 6 colpi contro Leanza, con una calibro 38. “Già seguivamo -continua il collaboratore- da circa 15 giorni il Leanza per cercare il momento giusto per ucciderlo ed era previsto che potevamo sparargli anche se c’era la moglie. La mattina dell’omicidio andammo sul luogo io, Francesco Peci che guidava la macchina, davanti al lato passeggero c’era Sebastiano Scalia e dietro io e Alessandro Farina. Sul luogo erano presenti anche Vincenzo Patti detto “Frastorno” e Antonino Magro detto “U Rannazzisi”, che erano andati con la smart di Magro”.

Patti e Magro sarebbero andati sotto casa di Leanza a fare da vedette; con walkie talkie non intercettabili Patti avrebbe avvisato il gruppo di fuoco che Leanza stava uscendo di casa. Frase in codice: “U cani nisciu”.

Avevano studiato ogni minimo dettaglio: “Sapevamo che alle 7 del mattino circa lo stesso usciva di casa con la moglie a bordo di una Alfa 156 e in particolare Leanza usciva a piedi per fumare una sigaretta, la moglie sopraggiungeva con la macchina e poi partivano insieme”.

Due giorni prima dell’omicidio i killer si procurano una fiat uno, rubata a Santa Maria di Licodia, da “Orazio Farina e Nino detto U muzzuni che sono entrambi affiliati al nostro clan Rapisarda”.

Leanza quindi esce di casa. Scatta il piano di uccisione. “Ci nascondemmo dietro un cespuglio -racconta Musumarra- io, Scalia e Alessandro Farina, mentre Francesco Peci si spostò con la macchina e a veva il compito eventualmente di bloccare l’auto di Leanza…a quel punto su mio ordine, dato che comandavo il gruppo di fuoco su precisa disposizione di Salvatore Rapisarda, partì per primo Sebastiano Scalia detto “Cacocciola”, che sparò tutti i colpi della sua 7.75 da circa 2 metri. In particolare Scalia sparò da dietro il sedile dove era seduto Leanza e scaricò tutta la pistola andando a bersaglio credo con tutti i colpi. Nel frattempo ho fatto partire Alessandro Farina al quale dissi di sparargli al corpo e il Farina sparò tutti i colpi che aveva nella sua calibro 9 da circa un metro e mezzo attraverso il finestrino lato passeggero colpendo Salvatore Leanza e come poi ho capito dopo, anche la moglie sebbene involontariamente. Voglio infatti precisare che le mie disposizioni erano di non colpire la moglie”.

La pioggia di proiettili dei due killer era solo l’inizio. Il racconto di Musumarra è agghiacciante: “Dissi a Farina e Scalia di non sparare alla testa perché questo era compito mio in quanto dovevo vendicare l’omicidio di Alfredo Rapisarda, fratello di Salvatore, che Leanza aveva ucciso molti anni prima, proprio con un colpo alla nuca a tradimento”.

Musumarra interviene quindi dopo i due sicari, ha con sé una calibro 38 a canna lunga, un’arma micidiale. “Spostai -confessa il collaboratore- la testa di Leanza piegandola in avanti e gli sparai due colpi alla nuca, quindi riposai la testa e da circa 30 centimetri sparai tutti gli altri colpi mirando in testa e in faccia”.

Magro e Patti durante l’esecuzione, secondo la ricostruzione di Musumarra, erano a 20 metri dal luogo dell’agguato a guardare cosa accadeva. Altri particolari svelati dal pentito: “Io stesso vidi, dopo aver sparato, Magro e Patti che avevano visto tutta la scena e ridevano soddisfatti, gli stessi si allontanarono per poi andare nel luogo che avevamo concordato per incontrarci”.

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