PALERMO – Il territorio andava marcato “…come quannu lu attu va pisciannu dunni cammina…”, diceva Nicolò Clemente, poco più che cinquantenne, prima che lo arrestassero nel luglio 2018. Il processo per mafia è ancora in corso.
Il controllo delle attività imprenditoriali doveva essere rigido. Nessuno doveva sfuggire alla regola del pizzo. Dopo l’arresto ora è arrivato il sequestro dei suoi beni, disposto dal Tribunale di Trapani, su proposta della Direzione investigativa antimafia, guidata dal colonnello Rocco Lopane.
Passano in amministrazione giudiziaria le società Clemente Costruzioni srl, Calcestruzzi Castelvetrano srl e Selinos srl, oltre a numerosi terreni, fabbricati e depositi bancari.
Clemente, 59 anni, è originario di Castelvetrano, proprio come il latitante Matteo Messina Denaro. La vicinanza alla famiglia mafiosa del padrino avrebbe agevolato le sue fortune imprenditoriali. In cambio Clemente, come altri imprenditori, non avrebbe fatto mancare il sostegno economico ai familiari del latitante.
È antico il legame fra i Clemente e i Messina Denaro. Nicolò Clemente è figlio di Domenico, cugino di Giusepppe Clemente, che era il capodecina ai tempi in cui il mandamento era retto da Ciccio Messina Denaro, il papà di Matteo.
Il fratello di Nicolò, Giuseppe Clemente, era uno dei killer agli ordini di Messina Denaro. Dopo la condanna all’ergastolo, Giuseppe Clemente si suicidò in carcere nel 2008, proprio nel giorno del compleanno dell’amico Matteo. Era depresso e forse volle bloccare, in maniera estrema, il rischio di un crollo psicologico che lo avrebbe potuto spingere a collaborare con la giustizia.

