Il potere visto |da dietro le quinte

Il potere visto |da dietro le quinte

Sandro Musco, foto Gerbasi per I love Sicilia

Pubblichiamo l'articolo uscito nel novembre 2007 sul mensile I love Sicilia, per la rubrica "Lei non sa chi ero io" di Salvo Toscano, dedicato a Sandro Musco

Il ritratto
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A metà del lungo racconto, Sandro Musco si ferma per una telefonata. E a un amico dice in dialetto: “Sto raccontando delle cose dalle quali sembrano passate secoli”. Il che, per un medievalista, sarebbe tutto sommato normale amministrazione. Ma i fatti in questione risalgono invece a un ventennio addietro, gli anni dei governi di Rino Nicolosi, di cui Musco fu inseparabile ombra, al vertice di quello che fu definito “governo parallelo”. “Oggi lo chiamerebbero think tank”, dice lui: una “macchina operativa” di tecnici e consulenti che supportava l’azione dei governi guidati dal leader della sinistra Dc siciliana dal 1985 al 1991. Un’esperienza spazzata via da quella che Musco oggi definisce “l’assalto giudiziario”, leggasi Tangentopoli, che travolse Nicolosi e lo coinvolse in prima persona. “Mi hanno guardato le tonsille dall’ano”, ironizza lui con la favella pirotecnica che lo contraddistingue, “Una decina di avvisi di garanzia, quattro processi, tre assoluzioni e una condanna a quattro anni e mezzo (per una vicenda di tangenti, ndr) in primo grado contro la quale ho presentato appello anche se il reato è in prescrizione”.

Sandro Musco oggi si dedica alla sua docenza di Filosofia medievale all’Università di Palermo, presiede l’Officina di studi medievali che solo pochi mesi fa ha organizzato a Palermo un convegno internazionale, e della politica, almeno per il momento, non vuole saperne. Qualche anno fa si candidò “provocatoriamente” alla Presidenza della Provincia con un partito neodemocristiano, poi nulla più. “Mi sono reso conto che sono passati troppi anni dai tempi della Dc”, il partito che Musco rimpiange, il cui simbolo campeggia ancora in bella mostra nel suo ufficio, giusto sopra il documento incorniciato con la scomunica per i cattolici che votano comunista.

La sua avventura politica comincia nell’alveo di quell’arcipelago chiamato sinistra Dc capitanato, a livello romano, da Ciriaco de Mita. “Eravamo un gruppo di universitari vicini al partito e alla Cisl: D’Antoni, Cocilovo, i Mattarella, Vito Riggio, io, Pietro Gelardi, Luca Orlando. La sinistra Dc si era aperta a quelli che Fanfani chiamava i ‘mondi vitali’, cioè le Acli, la Coldiretti, la Confcommercio, la Fuci. Erano grandi laboratori mentali, che portavano vitalità”. Capocorrente in Sicilia era Rino Nicolosi, “uomo di un’intelligenza velocissima e dotato di piglio decisionale”, ricorda l’amico Musco, che si emoziona quando ripercorre gli ultimi giorni del Presidente, morto di cancro nel 1998, “dopo che per due volte, quando era già ammalato di tumore, lo avevano arrestato. Compì gli anni in carcere, gli facemmo arrivare tremila telegrammi di buon compleanno indirizzati al Presidente della Regione”, che per la cronaca era ormai Pippo Campione, quello che Musco definisce senza troppi convenevoli “uno che quando telefonavi in campagna elettorale, la sua segreteria era sempre libera, e che fu scelto come ‘esecutore testamentario’ da Luciano Violante”.

E’ col congresso di Agrigento del 1983 che comincia il predominio della sinistra Dc in Sicilia. E poco dopo si apre la lunga stagione dei governi Nicolosi, che vede lavorare dietro le quinte un pool di tecnici e consulenti con Musco in primissima linea a occuparsi di formazione, ricerca scientifica e beni culturali. “Eravamo convinti che la somma delle tattiche non producesse una strategia. E così avviammo il percorso della programmazione della spesa regionale, da cui discesero grandi interventi strategici come la riforma degli appalti dell’86, quella delle province, ancora inapplicata, creammo il sistema dei parchi archeologici siciliani, la scuola d’eccellenza di Castello Utveggio dove per la prima volta manager pubblici e privati si formavano insieme. E poi portammo l’acqua in tutta la Sicilia, anche nelle campagne. Se oggi Zonin e gli altri si scialano a chiantare uva è perché qualcuno lavorò per portare l’irrigazione in centinaia di migliaia di ettari”. Ma l’elenco di Musco continua: “portammo la luce elettrica in tutte le case di campagna e nelle isole minori, per la prima volta la Regione investì in convenzioni con l’Università e il Cnr. Nacque la SGS Thomson di Catania, con 45 miliardi della Cassa del Mezzogiorno procurati da Nicolosi”.

Insomma, non era tanto male questa Prima Repubblica? “Perché, ce n’è mai stata una seconda?”. Ammetterà che qualcosa di marcio c’era. “Sì, il sistema era malato e il punto debole stava nel finanziamento dei partiti, bisognava regolamentarlo”. Al riguardo Musco racconta un aneddoto: “In uno dei tanti interrogatori a cui fui sottoposto, un magistrato, puntandomi il dito contro la faccia, mi chiese ‘mi spieghi come funzionavano le correnti nei partiti’. E io gli risposi: ‘glielo faccio capire per analogia: funzionavano come le vostre correnti nel Csm: ogni gruppo è latente di interessi più o meno corretti’. Lui si infuriò, obiettò che i magistrati si erano dati delle regole. E io dissi che era vero, i partiti avevano fatto l’errore di non darsele”. Già, gli errori di una classe politica, “ormai scollegata”, osserva Musco: “I ministri cadevano dalle nuvole. Ai primi sentori dell’assalto giudiziario, ricordo che con Mannino e Nicolosi andammo nello studio del ministro dell’Interno, Gava, che disse che si trattava di iniziative individuali, estemporanee. Uscendo, dissi agli altri due: ‘signori miei, se ho capito bene, non abbiamo dove andare. Questi hanno perso il senso della storia’. La fine della Prima Repubblica era alle porte. “Cominciò l’epoca delle ‘analisi del sangue’. Quello era l’unico modo di rompere il sistema”, sostiene Musco. Che chiosa ricordando l’amico presidente scomparso: “Nicolosi, malato, scrisse di suo pugno un dossier alla Procura di Catania e me lo lesse. Fu un avvocato a consegnarlo. Ricostruiva in dettaglio qual era il sistema degli equilibri politici, economici e finanziari tra la Dc e il Pci. E’ rimasto lettera morta”.


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