LiveSicilia sta affrontando il nodo referendario, offrendo ai lettori diverse opinioni autorevoli. Ecco il contributo del professore Giuseppe Savagnone.
Non sono un magistrato né parente di magistrati. Sono pronto a riconoscere tutti i difetti e gli errori della magistratura. E sono anch’io indignato per il pessimo funzionamento della giustizia in Italia. Sentenze che arrivano dopo anni che l’indiziato è stato rovinato, o addirittura tenuto in prigione, per poi essere riconosciuto del tutto innocente.
Se questo referendum mi riguarda non è perché voglio difendere una corporazione o l’attuale sistema giudiziario, ma perché sono un cittadino ed è in gioco una modifica importante della Costituzione che è alla base della vita civile del mio paese.
Da qui la mia esigenza di capire. E il clima che si respira non mi aiuta. Non mi aiutano gli slogan, come quello che nei manifesti diffusi dal Comitato per il No dell’Anm riassumeva la questione in una domanda evidentemente provocatoria: “Vorresti giudici che dipendono dalla politica?”, o quello, ripetuto dalla nostra premier e da tutta la maggioranza, secondo cui la riforma costituisce “un passo importante verso un sistema più efficiente, equilibrato e vicino ai cittadini”. Io voglio spiegate le ragioni di queste affermazioni.
Meno ancora mi aiutano, in questo, certe uscite dei rappresentanti di entrambi gli schieramenti, come quella del procuratore Gratteri che ha detto: “Per il no voteranno le persone perbene, per il sì gli imputati e la massoneria deviata”. O come quella – stranamente passata inosservata, a differenza della precedente – del Comitato del Sì istituito sotto il patrocinio del governo e presieduto dal professore Nicolò Zanon (con Alessandro Sallusti portavoce), che ha messo in circolazione un post raffigurante i teppisti di Tonino mentre prendevano a calci e colpi di martello il poliziotto a terra, con sotto la grande scritta: “Loro votano No”.
Per far sì che il dibattito sul referendum sia – come può e deve essere – una preziosa occasione di riflessione e di confronto, bisogna a tutti costi rifuggire da queste forme di propaganda, che potranno far guadagnare qualche voto, ma offendono lo spirito della nostra democrazia.
Una storia tempestosa
Cerchiamo dunque di renderci conto del significato di questa riforma. Ma per farlo, bisogna partire dalla narrazione in cui essa si inserisce. L’ermeneutica ci ha insegnato che, per capire il senso di un testo o di un evento, bisogna guardare il contesto. Un sorriso, un silenzio, una strizzata d’occhio, possono avere significati molto diversi a seconda della storia di cui fanno parte.
Ora, è innegabile che, nel caso dei rapporti tra governo e maggioranza da un lato, magistratura dall’altro, questa storia sia stata fin dall’inizio tempestosa. Abbiamo letto tutti sui giornali le reiterate proteste di tutta la destra e della stessa premier Giorgia Meloni, che denunziavano, in un clima di crescente esasperazione, “l’invasione di campo” da parte di magistrati che, con le loro sentenze, vanificavano decisioni importanti prese dal governo, soprattutto in materia di immigrazione e di ordine pubblico.
La motivazione, spesso ripetuta, di queste accuse era che le decisioni in questione venivano da un governo democraticamente eletto e che, per usare le parole di Giorgia Meloni (30 gennaio 2025), se i giudici vogliono intervenire su di esse, bloccandole per via giudiziaria, devono prima candidarsi e farsi eleggere in parlamento.
Ma proprio questa motivazione, più ci penso, più mi lascia perplesso. Perché essa suppone che l’unico potere legittimo sia quello che proviene dalla volontà popolare. Era questa, in effetti, l’idea originaria della democrazia, secondo Rousseau, per il quale – come dice del resto l’etimologia del termine – il popolo è il solo vero sovrano.
In realtà, però, si è presto constatato che questa visione finiva per sostituire al vecchio sovrano assoluto – il re di diritto divino – un altro, il popolo, altrettanto assoluto. E da qui sono nati tutti i totalitarismi del secolo scorso, che, in nome della volontà popolare, hanno calpestato i diritti umani ed eliminato gli oppositori.
Ma c’è un’altra interpretazione della democrazia, a cui la nostra Costituzione si ispira, che, per tutelare la libertà dei cittadini, pone dei limiti alla sovranità del popolo. Il suo cardine è il principio della separazione dei poteri, che impone ai governanti eletti dal popolo dei precisi limiti, sottoponendoli al controllo di un organo autonomo, la magistratura – non soggetto alla pressione del consenso e agli oscillanti umori delle folle – , incaricato di vigilare sul rispetto delle regole su cui si regge la convivenza civile e bloccare ogni violazione del diritto da parte di chi governa.
In questa prospettiva, la pretesa “invasione di campo” appare come il legittimo esercizio del diritto-dovere dell’ordine giudiziario di porre un limite al potere dei rappresentanti del popolo ed evitare che diventi arbitrio. Naturalmente c’è il rischio che questo diritto-dovere venga esercitato male. Ma è lo stesso rischio che si corre affidando al governo e al parlamento il potere di fare delle scelte politiche che sono sempre, per loro natura, discutibili. Nessun magistrato è competente nel valutare l’opportunità o meno di queste scelte, ma solo della loro compatibilità con le nostre leggi. E, reciprocamente, il governo non può giudicare se l’interpretazione di queste leggi da parte dei magistrati sia o no corretta.
Questo senso del limite, fondamentale per una democrazia liberale come la nostra, sembra in realtà estranea al modo di pensare della nostra premier e della maggioranza che la sostiene, eredi di una tradizione diversa, sconfessata a parole, ma profondamente radicata nella cultura di questa classe politica.
“Non c’è giudice, politico o burocrate che possa impedirci di far rispettare la legge dello Stato italiano” ha detto la premier al Meeting di Cl. Il problema è che, secondo la nostra Costituzione, “far rispettare la legge” non è compito del governo, ma dei magistrati. E accusare alcuni di loro – le ‘toghe rosse’ – di violarla, è non rendersi conto che un giudice non può essere giudicato, nell’esercizio delle sue funzioni, dalla politica, ma, piuttosto, da altri giudici, come del resto prevede l’ordinamento giudiziario.
Perché questa riforma?
Purtroppo è in questa storia problematica che si inserisce la riforma della giustizia, spesso evocata dagli esponenti della maggioranza, nei momenti di maggiore esasperazione, come l’unica risposta a quello che ai loro occhi costituisce un inaccettabile abuso di potere da parte dei magistrati o, meno di una parte di loro ideologizzata.
Anche se a motivarla ufficialmente è invece il cattivo funzionamento della giustizia. Su questo il governo punta per ottenere la conferma della legge nel referendum: “Chi pensa che nella giustizia va tutto bene, voterà contro la riforma, quindi voterà no. Chi pensa che invece possa migliorare, voterà a favore della riforma e quindi voterà sì” (Giorgia Meloni, 30 ottobre 2025).
In realtà che a questo possa servire la riforma lo escludono concordemente tutti coloro che conoscono bene i problemi. Come l’ex pm Antonio Di Pietro, che pure è un deciso sostenitore del Sì, il quale, in una intervista su ‘Informare’ del 7 novembre scorso, ha chiarito: “Questa è la riforma della magistratura, non della Giustizia. La magistratura non funziona e non funzionerà neanche dopo questa riforma”. Spiegando che per rimediare alle attuali disfunzioni, legate soprattutto alla lentezza dei processi, “non c’è bisogno di una modifica costituzionale, ma occorre aumentare il numero dei magistrati, degli addetti, delle risorse e degli strumenti”.
Ora, la riforma non riguarda affatto questi aspetti, ma introduce invece la separazione delle carriere, che sul funzionamento della giustizia non incide minimamente, visto che già adesso il passaggio da quella giudicante a quella inquirente coinvolge meno dello 0,5% dei magistrati.
Così – se devo esercitare il mio senso critico, come mi ero proposto – , non posso non prendere atto di un paradosso: questa riforma, in realtà, non appare a prima vista giustificata né dai motivi effettivi per cui era stata tanto sospirata dalla classe politica al governo, né da quelli ideali a cui, a parole, dovrebbe essere indirizzata per rispondere alle esigenze della collettività. Ma allora che cosa vuole cambiare? Solo l’analisi del testo ce lo potrà dire.
Uno stile divisivo
Ma, prima, bisogna fare ancora un’osservazione che completa il quadro di questa storia – il contesto necessario a capire il senso del testo. Essa riguarda lo stile con cui la riforma è stata elaborata e approvata. Dopo la guerra, la nostra Costituzione è scaturita dallo sforzo di partiti di matrice molto diversa e in conflitto tra loro – democrazia cristiana, comunisti e socialisti, liberali – di dialogare e di ascoltarsi a vicenda, per elaborare un testo che fosse rappresentativo non di una parte ideologica, ma del popolo italiano.
L’attuale testo di riforma, invece, è stato elaborato solo dal governo e poi approvato dalla maggioranza parlamentare di destra senza lasciare spazio ad alcun confronto con l’opposizone. Col risultato che nel testo finale non è cambiata neppure un virgola rispetto a quello iniziale. Una norma costituzionale, in cui in linea di principio tutti gli italiani dovrebbe potersi riconoscere, è così il risultato dell’imposizione dei partiti di governo, che in realtà rappresentano, messi insieme, il 28% degli aventi diritto al voto. È esagerato dire che siamo davanti a una riforma che, già per questo stile, si pone in contrasto con lo spirito della Costituzione?
A sottolineare questa unilateralità, ben poco “costituzionale”, è venuta poi la dedica della legge al personaggio più divisivo della Seconda Repubblica, Silvio Berlusconi, che in particolare nei confronti della magistratura ha sempre mantenuto rapporti fortemente conflittuali. Sempre ribadendo che la riforma, per carità, non è affatto contro di essa e che, come ha ribadito il ministro della Giustizia Nordio, “conferirvi un significato politico è assolutamente improprio”.
Il testo
È il momento di passare all’esame del testo, per rispondere alla domanda che è emersa nella prima parte di questa riflessione: perché la riforma? E il nodo non è tanto la separazione delle carriere- che di fatto già esiste e per cui, secondo autorevoli giuristi, sarebbe bastata una legge ordinaria – ma un sostanziale smantellamento dell’organo su cui la Costituzione ha fondato l’autonomia del potere giudiziario, il Consiglio superiore della magistratura (Csm), che viene spaccato, delegittimato e privato della sua funzione disciplinare.
La spaccatura del Csm
Con la riforma ci saranno, ormai, due Csm, uno per i giudici e uno per i pm, che finora avevano gestito insieme l’apparato giudiziario. È appena il caso di notare che, in base all’antico detto romano divide et impera, ciò li renderà entrambi più deboli. Ma, soprattutto, così la separazione delle carriere diventa non solo una distinzione funzionale, ma implica una radicale reinterpretazione della figura del pubblico ministero, che non avrà più alcun rapporto con la figura del giudice e rischia di non essere più neppure un vero e proprio magistrato, come finora è stato.
Lo scopo, dicono i giuristi che hanno sposato la causa della riforma, è di dare piena attuazione alla riforma che, già nel 1989, aveva sancito la parità tra accusa e difesa nel contraddittorio del processo. La prossimità della figura del pm con quella del giudice e la rete di relazioni che effettivamente li lega nell’attuale unico Csm rende impossibile, secondo loro, questa pari collocazione, privilegiando l’accusa, che potrebbe influenzare il giudice. Si dovrebbero a questo alcuni casi clamorosi di persecuzione giudiziaria, come quello contro Enzo Tortora.
Per contro, però, altri giuristi fanno notare che parità non vuol dire uguaglianza. In realtà il ruolo del pm è molto diverso da quello del difensore, proprio perché ha qualcosa in comune con quello del giudice. Mentre la deontologia professionale dell’avvocato non gli chiede di fare giustizia a tutti i costi, ma solo di evidenziare gli elementi che possono favorire il suo cliente, il pubblico ministero rimane sempre un magistrato e cerca di capire e di valorizzare sia quelli che portano all’accusa che quelli che portano al proscioglimento dell’imputato. Nessun avvocato chiede la condanna del suo cliente, da cui tra l’altro è pagato. Invece è normale che il pm, che è al servizio solo dello Stato, chieda di non procedere contro un indiziato per cui affiorano elementi di innocenza.
Istituendo un Csm separato, che taglia i legami del pm con il giudice, la riforma esaspera la sua funzione accusatrice, trasformandone la funzione in senso unilateralmente accusatorio. E anche l’organo di autogoverno che ne risulta rischia così di trasformarsi in un pericoloso gruppo di sceriffi. Col risultato di rendere necessaria, in un prossimo futuro, la sua subordinazione al potere politico, come del resto in tutti i paesi in cui c’è la separazione della carriere.
La delegittimazione dei Csm
Ma, soprattutto, il Csm viene privato della sua rappresentatività, perché non sarà più espressione della libera scelta dei magistrati, ma di un sorteggio che esclude la possibilità per i magistrati di scegliere i propri rappresentanti, come avviene in tutti gli organi costituzionali e in tutti gli ordini professionali.
Anche qui ci sono delle ragioni che hanno portato a questa scelta, prima fra tutte la volontà di smatellare le correnti interne alla magistratura, di cui il clamoroso scandalo Palamara ha portato alla luce gli intrecci con la politica e i meccanismi di scambi clentelari.
Ma, anche qui, si fa notare che la degenerazione delle correnti non può implicare la loro demonizzazione. Esse hanno in realtà una loro funzione nel raggruppare magistrati che condividono una stessa linea interpretativa della propria funzione ed è logico che ogni membro della magistratura possa scegliere come rappresentante chi, ai suoi occhi, è più capace di esprimere la sua nel Csm.
In ogni caso è un paradosso che i magistrati, incaricati dalla Costituzione di garantire la legalità della società italiana, siano gli unici della cui correttezza sospettare fino a negare loro un uguale trattamento con tutte le altre categorie.
La presidente del Consiglio ha affermato che, con questo, la riforma non ha affatto sottoposto il Csm a un maggiore influsso della politica, anzi, al contrario, ha eliminato il diritto del parlamento di eleggere la componente laica. Non ha detto, però, che per essa il sorteggio è previsto all’interno di una lista compilata dalla maggioranza parlamentare (che in questo momento è quella che è in conflitto con i giudici) e i sorteggiati saranno già stati selezionati in base alla loro adesione alla sua linea. Mentre il magistrato si troverà a far parte del Csm senza un progetto, senza una precisa linea, e senza sentirsi rappresentante di nessuno.
I Csm espropriati della funzione disciplinare
Ai due Csm viene tolta la funzione disciplinare, che passa a un nuovo organo, l’Alta corte di Giustizia formata da quindici membri, di cui sei saranno “laici” e nove “togati” (sei giudici e tre pm), i primi scelti tre dal presidente della Repubblica e tre, sempre col criterio del sorteggio, da una lista composta dalla maggioranza parlamentare, i secondi sempre per sorteggio tra i magistrati più elevati in grado.
Per quanto penalizzante rispetto al vecchio Csm, in cui i magistrati erano i due terzi, la nuova formula sembrerebbe comunque garantire loro la maggioranza.
A prima vista. Perché l’Alta Corte funzionerà articolandosi in collegi la cui composizione verrà stabilita da una legge ordinaria (sempre fatta dalla stessa maggioranza parlamentare ostile) e nessun punto del testo di riforma esclude che in essi possa esserci una maggioranza di laici potenzialmente legati politici che li hanno scelti e he avrebbero buon gioco a condannare un magistrato che si sia reso colpevole della “invasione di campo” già oggi denunziata dalla maggioranza come un abuso
Per di più, mentre alle condanne comminate dall’attuale Csm il magistrato poteva fare ricorso presso le Sezioni Unite della Cassazione, i ricorsi contro le decisioni dell’Alta Corte verranno valutati da un altro collegio della stessa Alta Corte, annullando praticamente l’autonomia del secondo grado di giudizio previsto per tutti i cittadini dalla nostra Costituzione.
Dicevo all’inizio che non amo gli slogan. Spero di aver svolto il mio esame, portando ogni volta le ragioni delle mie conclusioni. Questo, ovviamente, non significa che alle mie argomentazioni non si ossa ribattere con altri buoni argomenti. Ma, proprio perché il piano su cui ho cercato di muovermi è quello della ragione, credo di avere comunque dato un modesto contributo anche alla riflessione di chi non è d’accordo con me.

