CATANIA. L’apparato imprenditoriale sul quale si poggiava il “sistema Catania” non c’è più. Non è semplicemente scivolato: ma si è sbriciolato precipitando a terra da un piedistallo di cristallo che non poteva più sorreggerne il peso. Un peso ingombrante e, troppe volte, persino invadente. E da qualsiasi parte dello schermo vogliamo guardarla, la realtà delle cose resterà una soltanto: quella classe imprenditoriale catanese della quale eravamo quantomeno abituati a sentire parlare quasi quotidianamente si è sfaldata tra le inchieste giudiziarie che l’hanno travolta e seppellita con la forza di uno tsunami. Con tutto quello che significa.
Già, perchè la drammaticità del momento non è riferibile soltanto al destino dei colpevoli o dei singoli responsabili. Tutto questo è niente se rapportato alle conseguenze legate all’impasse di opere pubbliche che già prima della scossa tellurica giudiziaria erano state rinviate alle calende greche come vuole la migliore tradizione della Trinacria o, ancora, al presente di centinaia di famiglie per le quali il posto di lavoro rischia di tramutarsi in incognita più di quanto non abbia già pensato a fare la volgarità del mercato.
Fotografia di uno spaccato catanese che, per certi versi, ricorda molto quello di inizio anni novanta con la caduta dei “Cavalieri del lavoro”. Lì, è vero, si era in piena Tangentopoli. Eppure, oggi, il momento appare parecchio simile. In principio (si fa per dire) furono Nino Pulvirenti (in verità, più una meteora del mondo imprenditoriale) e la Windjet: un tracollo probabilmente annunciato da una lunga scia di errori commessi a quantità industriali, superficialità e decisioni spregiudicate. Più di recente, è toccato (ma questa è davvero praticamente cronaca odierna) prima all’imprenditore Giuseppe Virlinzi ed immediatamente dopo alle famiglie Costanzo e Bosco-Lo Giudice (Tecnis e Cogip). E’ finito tutto sottosopra. Si è capovolto un mondo. Roba inimmaginabile solo una manciata di anni fa.
Sul fronte Tecnis, è giusto soffermarsi un attimo non fosse altro che per la portata delle infrastrutture che rischiano di implodere su se stesse e compromettere seriamente lo sviluppo di un intero territorio: vedi il capitolo Metropolitana, tanto per dirne una. Ecco perchè la “vera” questione da affrontare è: quello della Tecnis è un capitolo definitivamente chiuso oppure vivrà una seconda vita? Ergo: l’amministratore giudiziario si limiterà ad arginare i danni o proverà a lavorare per garantirne una nuova spinta? L’una o l’altra strada non sono esattamente la stessa cosa.
Gli affari della Tecnis – del resto – abbracciano una vasta dimensione, coinvolgono centinaia di persone, intaccano milioni di euro. Anche qui il tracollo non è legato alla qualità del lavoro prodotto e, quindi, al mercato: ma alla legittimità del Gruppo a stare sul mercato. In senso pratico, quei ponti, quelle strade, quelle strutture che dovevano essere costruite dalla Tecnis non potranno essere immediatamente “passate” ad altri. La pubblica amministrazione ha i suoi tempi biblici e non basterà uno schiocco di dita per consentire un rapido ed eventuale avvicendamento.
Cosa significherà tutto questo sconvolgimento per Catania è ancora troppo presto per comprenderlo. Di certo, la ferita resta profonda ed i contraccolpi saranno devastanti ed inevitabili. E, di certo, Catania si ritrova nell’epicentro di una terra che all’improvviso appare sconsacrata dal lavoro. Un prezzo enorme da pagare per quella che era la Milano dell’isola. Una città che è quasi ripiegata su se stessa ed insicura del proprio domani. Eppure la gente che la abita, tra maledizioni e desideri, ha sempre coltivato un frammento di speranza: ed è forse questa l’unica strada che porta ad una lontanissima resurrezione.

