Il sorriso di Marcello aveva la grazia del tempo che non ti uccide e che ti salva sempre con i suoi fantastici stratagemmi. Aveva la gentilezza del tempo che non cura le ferite subito, le cicatrizza dolcemente fino a lasciarti un piacevole retrogusto agrodolce in qualche zona dell’anima. Poi ho scoperto che, alla fine, il tempo l’aveva ucciso, prima del tempo.
Ci eravamo conosciuti in giorni ormai lontani da questi, sulle panche di una chiesa a fare il coro e su un campetto di pallavolo. Che grande giocatore era Marcello Fiorito. Grande perché sorrideva anche se gli altri segnavano il punto. E non si perdeva d’animo mai. Ci siamo rincontrati, ognuno emerso dalle onde con la sua zattera. Io cercavo informazioni per un pezzo sui giocatori del Palermo, sui loro guadagni e sugli investimenti più convenienti. Trovai lui, in una stanza di Banca Nuova. E sorrideva. Marcello era diventato una persona importante, traguardo meritato per le sue capacità. Nel suo ufficio aveva sparpagliato ovunque ninnoli rosanero. Me li mostrò col candore di un bambino.
Ci salutammo con la bugia di riprenderci, però eravamo contenti di esserci rivisti, sopravvissuti, con i pesi, con le ferite e con i nostri sorrisi. Mi dicono che ha combattuto con coraggio la buona battaglia e non avevo francamente dubbi. Si è presentato sul campo con la sua essenzialità, come nelle stagioni della pallavolo, grinta, pantaloncini e mani per afferrare qualcosa, quando vale la pena di afferrarla. Questa, per tanti importante e per me bellissima, è la storia breve di Marcello Fiorito che aveva cinquantadue anni. La favola dell’uomo che sorrise al tempo.

