PALERMO – Un saldo che diventa sempre più negativo e numeri che descrivono una crisi che in provincia di Palermo continua a farsi sentire. Non gode di grande salute l’economia del capoluogo siciliano e del suo hinterland, almeno stando ai numeri della Confesercenti locale: la differenza tra aperture e chiusure di attività commerciali, a febbraio, riporta infatti il segno “meno” sia se si prende in considerazione l’area metropolitana, sia se ci si concentra solo sulla città. “Una situazione su cui si deve intervenire con decisione a ogni livello – dice Mario Attinasi, presidente di Confesercenti Palermo – meno negozi significano città meno sicure, meno belle e meno vitali. Bisogna alleggerire le tasse e investire di più sul turismo”.
I numeri, tratti da quelli in possesso della Camera di Commercio, dicono che nello scorso febbraio nel Palermitano si sono registrate 546 attività, ma hanno chiuso i battenti in 748 con un saldo negativo di -202; se si prende in considerazione solo il capoluogo, le iscrizioni arrivano a 312 e le cessazioni a 452, con un risultato che segna -140. Un trend che è in linea con quello degli anni precedenti: se ci si riferisce al febbraio 2016, per esempio, il saldo è di -48, che scende a -41 se si va al 2015.
Non tutti i settori, però, soffrono alla stessa maniera. A patire maggiormente gli effetti della crisi sono i negozi di commercio all’ingrosso e al dettaglio che nel febbraio scorso sono scesi di 285 unità in provincia e di 225 in città; numeri negativi anche per l’agricoltura (-44), per l’attività manifatturiera (-33), le costruzioni (-33), finanziarie e assicurazioni (-15), servizi (-23) ma anche strutture d’alloggio e ristorazione (-31). Una tendenza poco felice con alcune rare eccezioni: sono in positivo, per esempio, le imprese “non classificate”, cioè quelle che non rientrano nelle solite categorie commerciali e che puntano maggiormente sulle tendenze del momento, che fanno segnare +313 in provincia e +192 in città. Così come a Palermo bisogna fare una netta distinzione tra le zone più ambite del centro, leggasi via Libertà, via Ruggero Settimo e l’area semi-pedonalizzata di via Maqueda che attirano ancora l’attenzione dei grandi marchi o di giovani aziende, e il resto del territorio, specie quello interessato da cantieri e mancanza di servizi. “Negli ultimi due anni via Maqueda ha avuto un grande sviluppo grazie alla pedonalizzazione – dice Vito Minacapelli, titolare di un negozio proprio in via Maqueda – qui c’erano tanti negozi vuoti e invece oggi è difficilissimo trovarne. Non si tratta di un incremento dei consumi, ma si è semplicemente spostato il flusso dei pedoni. Servirebbe però una maggiore attenzione ai turisti e in questo senso sarebbe importante se in tutti i bar, negozi o strutture ricettive del centro si parlasse anche l’inglese”.
I settori in crescita sono pochi, anche se significativi: tra questi il settore del digitale, ma soprattutto quello turistico che risente dello spostamento dei flussi sull’Europa a discapito di aree considerate meno sicure. Nel 2016 le presente turistiche in Italia hanno toccato quota 395 milioni, praticamente a livello pre-crisi, di cui la metà italiani e buona parte dell’altra metà europei, con un’impennata delle strutture extra-alberghiere (specie bed and breakfast e ostelli) a discapito di quelle tradizionali. Male il commercio al dettaglio (-10% dal 2010 al 2016, secondo i dati Istat), così come calano trasporti, ristoranti, elettrodomestici e sanità; in crescita servizi e soprattutto la spesa per le comunicazioni.

