PALERMO – Sono trascorsi quarant’anni dal 10 febbraio 1986, giorno in cui si aprì il dibattimento. Fu necessario costruire il bunker del carcere Ucciardone per ospitare, garantendo la massima sicurezza, i 460 imputati di quello che passerà alla storia come il maxiprocesso a Cosa Nostra.
L’ordinanza istruttoria era molto più corposa – “Abbate Giovanni+706” – e portava la firma del pool antimafia di Palermo: Paolo Borsellino, Giuseppe Di Lello, Giovanni Falcone e Leonardo Guarnotta. I pm in aula erano Giuseppe Ayala e Domenico Signorino. Presiedeva la corte Alfonso Giordano, a latere Pietro Grasso.
Oggi ne celebriamo, giustamente, l’importanza epocale: la mafia perdeva la sua patente di impunità. Vi si era arrivati dopo anni di morti e sangue e tanto altro orrore sarebbe accaduto, fino alle stragi di via D’Amelio e Capaci.
Non mancarono le polemiche in quei giorni, lo scontro – dialettico e dunque legittimo – fra accusa e difesa, e quello politico di cui, allora come oggi, si farebbe volentieri a meno.
Quarant’anni dopo, con le dovute differenze, innanzitutto storiche, il tema della giustizia continua a essere divisivo nei giorni che precedono il referendum sulla separazione delle carriere dei magistrati. Si continua a litigare, almeno si è smesso di sostenere che la mafia non esiste. Eccome se esiste, ma senza i corpi ridotti a brandelli a Capaci e via D’Amelio c’è chi avrebbe continuato a negare l’evidenza, nascondendola sotto il tappetto delle connivenze.
Il maxiprocesso fu processualmente divisivo. Le controparti consideravano la sua mole come una violazione del diritto di difesa. La sacrosanta battaglia contro Cosa Nostra non poteva e non doveva significare un arretramento sui principi dello stato di diritto e del garantismo. I boss meritavano un processo equo, anche se ciò andava contro l’interesse della nazione di estirpare il cancro mafioso.
Il dibattito non è mai venuto meno, a partire dalle critiche mosse contro l’utilizzo del cosiddetto “Teorema Buscetta” dal nome del collaboratore di giustizia che per primo svelò i segreti di Cosa Nostra e la sua struttura verticistica. Un contributo innegabile, pur restando il fortissimo dubbio che si fosse volutamente dimenticato di alcuni amici, senza fare alcuno sconto ai nemici.
Pochi anni fa una professoressa della facoltà di Giurisprudenza di Palermo definì il maxi processo “un obbrobrio”. Parola infelice, per stessa ammissione della docente che la proferì. Scatenò un’indignazione che travolse anche lo spunto di riflessione meritevole di essere scandagliato: “Quando si arriva al processo le garanzie devono essere le stesse per il ladro di macchine e per il mafioso: Il processo deve essere neutro, non deve ricercare né vendetta, né una verità storica, ma solo quella giudiziaria”.
Oggi è il tema della separazione delle carriere di pubblico ministero e giudice a spaccare l’opinione pubblica. C’è chi lo vede come un attentato alla Costituzione, un pericoloso sconfinamento della politica che altera un’altra separazione, quella fra i poteri giudiziario ed esecutivo. C’è chi, al contrario, ritiene che il referendum sia l’occasione per estirpare la mala pianta del correntismo nella magistratura e un passaggio verso un processo che sia veramente giusto.
Senza volere schierarsi in questa sede con il Sì o con il No, il referendum ha già imboccato una strada pericolosa, essendosi trasformato in un voto contro o a favore della magistratura. La responsabilità è innanzitutto della politica – alcuni slogan e mistificazioni ai confini della realtà sono davvero un’offesa all’intelligenza dei cittadini – che fa finta di non ricordare che al tavolo del correntismo si è comodamente seduta.
Sono tante le nomine dei posti di governo della magistratura che sono stati decisi all’interno del Csm con la logica della spartizione e in virtù anche del peso della componente laica del Consiglio superiore della magistratura. Componente che viene scelta dal Parlamento.
Si è smarrita negli anni la visione laica della giustizia. Sono sempre meno coloro che ritengono che il processo sia semplicemente il luogo dove si confrontano accusa e difesa. La responsabilità è anche della magistratura che a volte ha finito per non essere e non apparire imparziale. I comportamenti di alcuni hanno minato la fiducia nell’intera categoria fatta di gente che veste con onorabilità la toga.
Ma ci sono pure le responsabilità della politica, che ha accusato – memorabili gli anni del berlusconismo – la magistratura di avere usato la giustizia per spazzare via l’avversario senza mai interrogarsi a fondo sulle colpe che essa stessa aveva commesso.
Il fascicolo degli indagati, che poi approdò al bunker, si chiamava “Abbate Giovanni più 706”, ottomila pagine. In 231 non furono rinviati a giudizio. Gli imputati erano 460, 346 i condannati (che divennero 81 in meno in Cassazione), 114 gli assolti. Era un processo diverso, ma di sicuro i giudici anche in quel momento dal forte impatto emotivo agirono senza seguire pedissequamente la ricostruzione dell’accusa.
Resta un’eredità di cui andare fieri del maxiprocesso: il metodo di lavoro del pool antimafia e la capacità di svelare il vero volto di Cosa Nostra. Da quel momento nessuno ha potuto più far finta di non sapere di quale fenomeno ammorbante si stesse parlando. Resta anche un buco investigativo. Buscetta fu il primo a parlare di una “entità” – mafiosa e politica – che reggeva i fili. Altri collaboratori di giustizia ne hanno seguito l’esempio.
Alcuni senza fare i nomi, altri accusando qualcuno senza fornire le prove necessarie, altri ancora tenendo i magistrati appesi alle loro acrobazie della memoria. Ancora oggi si cercano, soprattutto nella politica, i cosiddetti mandanti esterni delle stragi. Ed è anche per questo che la giustizia resta un tema divisivo. Il confronto deve essere aspro, ma lo spettacolo a cui si assiste è imbarazzante.

