Un titolo provocatorio, quasi una sfida. La cultura di destra -non- esiste, il mio libro, scritto prima della nomina a Sottosegretario di Stato alla Cultura, nasce da una domanda solo apparentemente semplice: ha ancora senso, oggi, dividere la cultura secondo le tradizionali categorie di destra e sinistra?
Il volume, realizzato in forma di libro-intervista con Danilo Maniscalco, pubblicato da Serradifalco Editore e con la prefazione del ministro della Cultura Alessandro Giuli, parte proprio da questo interrogativo per affrontare uno dei temi che più hanno attraversato il dibattito politico e intellettuale italiano: il rapporto tra cultura, identità e appartenenza politica.
Il “non” del titolo, significativamente barrato sulla copertina, contiene già una parte della risposta. Una cultura riconducibile alla destra esiste, ha radici profonde e ha prodotto nel corso del Novecento autori, esperienze e idee che appartengono pienamente alla storia intellettuale del Paese. Ma proprio per questo non dovrebbe avere bisogno di essere rinchiusa all’interno di un recinto politico.
Chi è rimasto ai margini
È qui che il libro sposta il ragionamento dalla rivendicazione identitaria a una questione più ampia. Per decenni una parte della cultura italiana è rimasta ai margini del racconto dominante del secondo dopoguerra. Personalità come Giovannino Guareschi, Leo Longanesi e Mino Maccari rappresentano alcuni degli esempi di una tradizione che non può essere liquidata semplicemente attraverso un’etichetta politica, ma deve essere considerata parte del patrimonio culturale nazionale.
Il punto, tuttavia, non è sostituire una presunta egemonia culturale della sinistra con una nuova egemonia della destra. È, al contrario, superare il meccanismo stesso dell’egemonia e costruire uno spazio nel quale idee e sensibilità differenti possano confrontarsi senza patenti preventive di legittimità.
Da questa prospettiva prende forma un viaggio che attraversa alcuni dei nodi più controversi della società contemporanea: la libertà di espressione, il politicamente corretto, la cultura woke, il rapporto con le radici, la memoria e l’identità nazionale, fino al ruolo delle élite e alla capacità della cultura di incidere sulla società.
Cosa è la cultura: chi lo decide?
Sul fondo resta una domanda decisiva: chi stabilisce cosa sia cultura e cosa non lo sia? E soprattutto, chi decide quali autori e quali idee meritino di entrare nel racconto collettivo di un Paese?
La risposta proposta dal volume è quella del pluralismo. Recuperare autori e tradizioni dimenticate non significa riscrivere la storia cancellando ciò che è venuto prima, ma ampliarla. Significa riconoscere che la cultura italiana è stata costruita da sensibilità differenti, spesso contrapposte, e che proprio dal loro confronto è nata una parte importante della sua ricchezza.
Anche il tema dell’identità viene sottratto a una lettura puramente difensiva. Le radici non sono muri dietro i quali ripararsi, ma punti di partenza: conoscere la propria storia e riconoscersi in una tradizione non significa rifiutare il confronto con il diverso.
Per un racconto più aperto
La cultura di destra -non- esiste diventa così qualcosa di più di una ricognizione sulla cultura conservatrice italiana. È una riflessione sul modo in cui il Paese ha costruito il proprio racconto culturale e sulla necessità di renderlo più aperto.
La provocazione contenuta nel titolo conduce quindi a un paradosso solo apparente: la cultura di destra esiste, ma il suo obiettivo non dovrebbe essere diventare una cultura separata. Perché quando un’opera, un autore o un’idea riescono a interpretare il proprio tempo e a parlare alle generazioni successive, l’etichetta politica diventa inevitabilmente troppo stretta.
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Ed è forse questa la sfida lanciata dal libro: non una cultura contro un’altra, ma una cultura senza esclusioni, capace di recuperare ciò che è stato dimenticato e di restituire al confronto delle idee il ruolo centrale che gli appartiene.
Giampiero Cannella, sottosegretario alla Cultura




