PALERMO – Per leggere questo articolo si richiede un preventivo sforzo di memoria. Non vi ci vorrà molto. Provate a tornare per un attimo con i ricordi alla Sicilia di, diciamo, quattro anni fa. O magari otto, fate voi. La Sicilia del centrodestra, di Cuffaro prima e di Lombardo poi. La Sicilia dominata da quella imbattibile macchina elettorale che faceva man bassa a ogni competizione elettorale. La Sicilia del 61 a 0, della disfatta di uno stendardo deluxe dell’antimafia come Rita Borsellino contro un Totò Cuffaro già nei guai con la giustizia. La Sicilia della destra che a Palermo vinceva e rivinceva con Diego Cammarata, e che a Catania, dopo i disastri dei conti nell’era Scapagnini si consegnava mani e piedi comunque al centrodestra con Stancanelli.
Ecco, provate per un attimo a ricordare quella Sicilia che sembra un ricordo lontano. E sforzatevi di rammentare che anche a quei tempi, nell’Isola si muoveva qualcosa chiamato centrosinistra. L’eterno sconfitto, sparring partner del potente di turno, condannato a una sempiterna marginalità. Così sembrava. E invece.
Invece, alla fine del 2012, grazie alla mossa di Miccichè e Lombardo, che spaccarono il granitico centrodestra (già devastato dai tradimenti dell’ultimo biennio dell’era lombardiana), sfruttando una congiuntura astrale tipo passaggio della cometa di Halley, insperatamente il Partito democratico siciliano vinse le regionali, eleggendo un suo presidente della Regione, Rosario Crocetta, insieme all’Udc.
Era l’occasione d’oro. La chance insperata e fortunosa per archiviare vent’anni di irrilevanza politica, di sconfitte e delusioni. Per offrire alla Sicilia un’alternativa di governo dopo gli anni delle spese spensierate e clientelari dei governi di centrodestra che avevano gravato la Regione di ulteriori fardelli di assistenzialismo, emblematico quello della formazione professionale, cresciuta a dismisura proprio in quegli anni.
La sorte aveva sorriso al Partito democratico. Un governatore con indiscutibili doti mediatiche, preceduto da una fama di icona antimafia; il ricordo fresco dei suoi due predecessori invischiati in vicende giudiziarie legate a rapporti con Cosa nostra; un’opposizione dilaniata da divisioni interne e sempre più alla deriva, come quella del malconcio centrodestra siciliano; un’altra opposizione più ingenua ed inesperta e comunque non pregiudizialmente ostile come quella dei 5 Stelle.
Le premesse per la “rivoluzione”, insomma, c’erano davvero tutte. Il verificarsi contestuale di tutte queste condizioni favorevoli era un po’ come il biglietto vincente della lotteria. Quel biglietto, un anno e mezzo dopo, sembra proprio che il Pd lo abbia smarrito. Sprecando la grande occasione che la storia e la fortuna gli avevano offerto.
Dopo un anno e mezzo di era Crocetta, i risultati sono troppo modesti per non parlare di occasione sprecata. E ancora peggiore è la situazione del Partito democratico, spaccato a metà in una lotta intestina all’insegna dell’autolesionismo. Un secondo governo Crocetta è stato battezzato senza l’appoggio di mezzo partito e dello stesso segretario del Pd. Roba che ricorda l’avventura del Pdl Sicilia di Miccichè. Devastato dalle ambizioni di vecchi e nuovissimi potenti, soggetto alle improvvisazioni di un presidente che sembra mal tollerare il suo partito a cui pare preferire l’ormai mitico cerchio magico, il Partito democratico siciliano oggi offre un’immagine sanguinante e prosegue nelle sue schermaglie sul ponte della nave Sicilia che viaggia a gran velocità verso l’iceberg del disastro e del default. Sperare che il peggio si riesca ad evitare con un governo improvvisato come quello che vede la luce in questi giorni richiede un esercizio di ottimismo notevole, vista anche la sostanziale assenza di una maggioranza, e la composizione per lo meno variopinta della coalizione che sostiene la giunta.
Divorato da un cancro chiamato correnti, il Pd continua a contorcersi in spasmi dolorosi. Così come da almeno tre anni a questa parte. Gli amici diventano nemici da un giorno all’altro, in nome di calcoli puramente tattici e di potere, in un dibattito molto spesso slegato dalle questioni concrete. Il copione fa davvero venire le vertigini. Lupo e gli ex Margherita contro Lumia e Cracolici al precedente congresso, con gli altri ex ds di Crisafulli e Capodicasa a sostegno di Mattarella. Crisafulli e Capodicasa con gli ex Margherita e Lupo, che diventa segretario, contro Lumia e Cracolici. Che poi cominciano a flirtare con Lombardo, contro Lupo. Da cui si sganciano gli ex Margherita di Cardinale, che con Lumia e Cracolici diventano gli alleati di ferro di Lombardo, contro Lupo, Crisafulli e Capodicasa, contrari all’abbraccio al governatore. Nel frattempo ecco l’avanzata dei renziani di Faraone. Che trova anche il tempo di flirtare con gli ex Margherita di Innovazioni. Per poi attaccare Crocetta. Insieme a Lupo e a Cracolici, che adesso si è sganciato da Lumia. Intanto Faraone fa la guerra a Crisafulli. Poi, dopo due mesi ci si allea per sostenere il candidato di Mirello alla segreteria, tutti insieme, Crocetta incluso, contro Lupo. Che poi però si accorda per il governo del blitz con Crocetta e Faraone, che mollano i loro reschi alleati Cracolici e Crisafulli. Se siete arrivai fino a questo punto e vi gira la testa, non preoccupatevi. È normale. È il Pd.

