La marcia delle donne| e degli uomini scalzi

La marcia delle donne| e degli uomini scalzi

L’appuntamento è per le diciassette di venerdì pomeriggio alla spiaggia libera numero uno. Uomini, donne e bambini cammineranno passo dopo passo fino al Lido Verde, lungo il tratto di spiaggia dove arrivarono i corpi senza vita di sei migranti durante lo sbarco del dieci agosto 2013.

CATANIA – La marcia delle donne e degli uomini scalzi contro razzismo e intolleranza. Partirà dalla spiaggia libera numero uno in viale Kennedy la marcia “di civiltà” dei cittadini catanesi che non vogliono cedere all’oblio. Un’iniziativa di respiro nazionale che a Catania ha un sapore particolare. Uomini, donne e bambini cammineranno passo dopo passo fino al Lido Verde, lungo il tratto di spiaggia dove arrivarono i corpi senza vita di sei migranti durante lo sbarco del dieci agosto 2013. “È arrivato il momento di decidere da che parte stare”, si legge nell’appello. “Noi stiamo dalla parte degli uomini scalzi. – scrivono i promotori della marcia – Di chi ha bisogno di mettere il proprio corpo in pericolo per poter sperare di vivere o di sopravvivere”. Una risposta chiara e forte a chi specula sul dramma dell’immigrazione, sui corpi senza vita di uomini e donne che cercavano una vita migliore. “Abbandonare tutto, mettere il proprio corpo e quello dei tuoi figli dentro a una barca, a un tir, a un tunnel e sperare che arrivi integro al di là, in un ignoto che ti respinge, ma di cui tu hai bisogno: sono questi gli uomini scalzi del 21°secolo e noi stiamo con loro”.

Una marcia di solidarietà, certo. Ma anche una manifestazione fortemente politica, perché gli strumenti per garantire un’accoglienza dignitosa esistono. In primis attraverso “il superamento del regolamento di Dublino”, garantendo corridoi umanitari sicuri, mettendo a punto un sistema che garantisca il diritto d’asilo d’europeo e smantellando i “luoghi di detenzione”. “Dare asilo a chi scappa dalle guerre significa ripudiare la guerra e costruire la pace. Dare rifugio a chi scappa dalle discriminazioni religiose, etniche o di genere significa lottare per i diritti e le libertà di tutte e tutti. Dare accoglienza a chi fugge dalla povertà significa non accettare le sempre crescenti disuguaglianze economiche e promuovere una maggiore redistribuzione delle ricchezze”.

Un altro punto di vista, lontano anni luce dalla retorica della contrapposizione che alimenta una guerra tra poveri senza precedenti. “È l’inizio di un percorso di cambiamento che chiede a tutti gli uomini e le donne del mondo globale di capire che non è in alcun modo accettabile fermare e respingere chi è vittima di ingiustizie militari, religiose o economiche che siano”.

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