La Palermo che dice no a Salvini | L'Espresso, la serata al Massimo

La Palermo che dice no a Salvini | L’Espresso, la serata al Massimo

Sul palco anche Orlando ("Il ministro è eversivo") e Pif: "La nostra città è fighissima".

Palermo città aperta. È il titolo scelto per la prima tappa del tour de “L’Espresso” per l’Italia e campeggia sulla scena del Teatro Massimo accanto a una vignetta di Altan, storico vignettista del settimanale. La linea di start è a Sud, nel Mediterraneo, definito a tratti “continente di acqua” a tratti “terra di nessuno”. Sul palco dirige i lavori il direttore del periodico Marco Damilano, affiancato dal suo vice palermitano Lirio Abate. E Damilano un punto di domanda lo mette: “Palermo città (davvero) aperta?”, chiede ai suoi ospiti, dopo la performance di Yosuf Jaralla, che ha interpretato il grido di dolore di una migrante: “Mi chiedi che colore ho la pelle, perché non mi chiedi da dove vengo?”.

E se parlando di porti e immigrazione e accoglienza la risposta sembra senza dubbio un sì, “Palermo città aperta” – sul palco il primo a salire è il sindaco di Palermo Leoluca Orlando, paladino della protesta contro il “decreto sicurezza”, e in platea c’è il primo cittadino di Lampedusa Totò Martello, altra voce schierata per “i porti aperti” – per il resto, lavoro, periferie, diritti delle donne, legalità, la risposta è ancora incerta e si concentra soprattutto sulle battaglie ancora in corso. Ne hanno parlato con la scrittrice Evelina Santangelo Mariangela Di Gangi, Daniela Dioguardi e Fausto Melluso.

Una cosa è certa ed è condivisa da tutti: la narrazione di Palermo è cambiata. E non mancano, in questo senso, le ‘frecciate’ a Salvini e la sfida al cosiddetto ‘decreto sicurezza’: “Eversivo è chi viola la costituzione, eversivo è il ministro dell’Interno. Io ho già firmato decine di residenze a migranti, l’ho fatto personalmente. A Palermo – dice Orlando – stiamo costruendo un nuovo umanesimo. Dopo 40 anni di retaggi mafiosi, aspiriamo alla leggerezza. E se dovessi morire oggi, morirei felice – si azzarda a dire il primo cittadino – perché Palermo è una città che rispetta i diritti umani”. Condizione, questa, che ha portato addirittura a parlare di Palermo come di un “paradiso”. Parola precisa, ben definita, utilizzate e ripetuta più volte da un rappresentante dei giovani bengalesi che hanno combattuto il racket delle estorsioni in via Maqueda e che, affiancati da Addiopizzo, hanno portato avanti un processo che si è concluso con la condanna dei loro estorsori. Lo ha intervistato Lirio Abbate, dopo averlo fatto accomodare sul palco al buio, di spalle e coperto da un cappuccio. “Non capivo cosa mi chiedevano, perché mi picchiavano – ha raccontato –. Vengo da un paese con pochi diritti e Palermo per me è un paradiso. Allora, ho lottato, perché non volevo disturbo, non volevo che minacciassero la mia famiglia”.

“Palermo, dopo essersi allontanata negli anni settanta, si è voltata di nuovo verso il mare”, è il punto per Piero Melati, palermitano, ex giornalista de “L’Ora” ed ex caporedattore del “Venerdì”, coinvolto in un dibattito con le giornaliste Paola Caridi e Marta Bellingreri e il fotografo Alessio Mamo sulle stratificazioni dei luoghi, che parte da lontano, da Gerusalemme, da Mosul, dal Mediterraneo, appunto.

Sul palco a Palermo è salito anche Aboubakar Soumahoro, sindacalista dei braccianti e difensore dei lavoratori. A lui Damilano ha fatto una domanda complicatissima: “Si può organizzare politicamente la felicità?”. La riposta è difficile perché “nel mondo del lavoro, il centro decisionale si sposta sempre un po’ più in là” e, la conseguenza, è che si è tutti un po’ con le mani legate. “È dalle Istituzioni che devono arrivare le risposte, le leggi”.

La lunga serata si è chiusa con un divertente “duetto” con Abbate e Pif, Pierfrancesco Diliberto. L’attore, regista e showman palermitano lo ha detto chiaro e tondo: “Palermo, da fuori, è fighissima. Chi abita qui è più concentrato sulla buca per la strada o il sacchetto di immondizia non raccolto, ma vi assicuro che da fuori siamo dei fighi”.

Basterà? Basta essere fighi “da fuori”? La risposta la lasciamo al sindaco Orlando che la spiega parlando dei populisti: “Populisti sono quelli che dicono che si può cambiare tutto e subito. È una bugia, sono imbroglioni. Per il cambiamento ci vuole tempo”.

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