Don Corrado, a lei piace essere chiamato Don Corrado?
“Moltissimo”. E piove un sorriso.
L’arcivescovo di Palermo, monsignor Corrado Lorefice, risponde alle domande dei giornalisti, nella sede dell’Arcidiocesi. Sono dieci anni del suo episcopato in città. Il prossimo cinque dicembre sarà celebrata una Messa in Cattedrale. Domani, alle 19, ancora in Cattedrale, la presentazione del libro ‘Nel segno della speranza’, scritto con il giornalista Nuccio Vara, edizioni Zolfo.
La risposta alla prima domanda svela con più forza un mondo già noto. Don Corrado è il principale pilastro che regge la difficile speranza a Palermo, senza dimenticare la Sicilia. Però non ha mai rivendicato la posa eroica, né la statua equestre.
L’arcivescovo Lorefice ha scelto una affettuosa semplicità per comunicare un pensiero profondo e complesso, offrendo immancabilmente vicinanza. Non lo abbiamo mai visto montare a cavallo della retorica o dell’orgoglio personale. Si è donato, secondo la richiesta di Papa Francesco, con spirito di servizio e con un senso dell’empatia enorme. Nessuno che lo incontri torna a casa senza un sorriso, senza un abbraccio, senza una benedizione.
Un bilancio dei suoi dieci anni?
“Palermo va guardata con gli occhi di chi la ama, per cogliere la sua bellezza, la sua crescita, le sue forze. Sono testimone di una presenza meravigliosa della società civile e della realtà ecclesiale. Ma vedo la recrudescenza di alcuni problemi che rappresentano fonte di preoccupazione e motivo di una ulteriore assunzione di responsabilità”.
I più gravi, secondo lei?
“Sottolineo l’aumento delle nuove povertà che hanno alla base le ferite endemiche di una città in cui manca l’essenziale: il lavoro, la casa, la cultura, il pane, una vita di relazioni. Se questo non c’è, si presta il fianco a chi vuole sostituirsi alle istituzioni. Assistiamo all’esplosione della violenza, delle droghe e di tutto quanto abbiamo sotto gli occhi”.

La soluzione, Don Corrado?
“E’ necessario, oltre al resto, contare su una risorsa di vera spiritualità. Altrimenti le parole si svuotano, il nonsenso domina e i giovani vincono la paura con comportamenti violenti, con l’alienazione della droga e dell’alcol. Io vengo dalla strada, per me è normale stare in mezzo alla gente, per strada. L’ho sempre fatto, anche a Palermo, è un comportamento spontaneo. Così si vede la realtà”.
Spesso, lei ha richiamato, con vigore, la politica al rispetto di una autentica dimensione etica.
“Perché è una categoria del servizio. I politici sono servitori delle istituzioni, non li chiamo autorità e io stesso non mi penso così. C’è uno scollamento, quando la politica perde il contatto e concentra il potere, perché diventa antipolitica. Allora, non serve più, ma preda la città degli uomini. Io sono qui, in mezzo a tutti, non mi atteggio a don Chisciotte, avverto la responsabilità di dire quello che i miei occhi osservano”.
Tante, infatti, sono le brutte storie che coinvolgono la politica siciliana: dalle inchieste per corruzione, alle clientele, alla sanità…
“Se va a votare il 38 o il quaranta per cento, vuol dire che manca la fiducia e si crea una situazione per cui a governare ci possano essere lupi rapaci, e non servitori, con le connivenze che hanno distrutto e continuano a distruggere la nostra Isola. Ci vuole, lo ripeto, una rinnovata assunzione di responsabilità. I segnali positivi non mancano”.
Quali, Don Corrado?
“Sull’Ucraina e su Gaza, per la Flotilla, anche a Palermo, ho visto tanti giovani coinvolti. Forse può essere un modo per prendere la distanze da certa politica che di politico non ha nulla, perché ha, piuttosto, il sapore di una concentrazione di potere poco intelligente, di solito nelle mani dei poco intelligenti che si credono furbi. Tornando ad assumerci la responsabilità, insisto, aiuteremo la politica a restare servizio, senza nessun tipo di connivenza, a maggior ragione quelle con le strutture malavitose e mafiose”.
I siciliani perbene hanno reagito con sdegno.
“Si percepisccono la delusione e l’indignazione, oltre il corso della giustizia, per le ultime cronache. Non dobbiamo abituarci alla rassegnazione, però. Non possono governarci in questo modo, non può essere questo lo stile dell’amministrazione della cosa pubblica. Il dramma della sanità rispecchia un tradimento della Costituzione”.
Lei ha, comunque, fiducia?
“Sì. La proposta di legge per la prevenzione delle dipendenze l’ha portata avanti la società civile. Nei miei primi mesi, quando sbarcavano i migranti a mille per volta, c’eravamo tutti, al porto. Dopo l’omicidio di Paolo Taormina, allo Zen si sono ritrovati due vescovi, due diocesi, due realtà, nelle condivisioni. Ecco la strada da percorrere”.

Una foto ideale dei suoi primi dieci anni? Forse quella con Papa Francesco e Biagio Conte, durante la visita del pontefice, nel pranzo alla Missione?
“Posso condividere l’idea. Quell’evento mi ha sostenuto. Con Papa Francesco avevo un legame, e lui con me, per pura grazia. Non ha visitato i palazzi del potere, a Palermo, ha seminato segni di autentica coscienza cristiana. Mi disse, dopo la nomina: ‘Donati e non cercare altro. Ho bisogno di un Pastore, tu promettimi di restare quello che sei’”.
Accanto alla sua scrivania, spicca la foto di Clementina e Salvatore, i suoi genitori, entrambi scomparsi. Che rapporto coltiva, oggi, con loro?
“Ne parlo spesso. L’incontro che li ha uniti è il fondamento della mia vita. Mi hanno accolto e amato. Grazie a mia madre e a mio padre io sono qui e vi parlo”.
Qual è il suo sentimento più radicato per Palermo, Don Corrado?
“Un amore immenso. Che si moltiplica ogni giorno”.

