La sanità in Sicilia? Un diritto a metà

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Pippo Russo
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LA SANITà CHE (NON) VORREI
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Abbiamo raccontato su Livesicilia un’esperienza positiva: la buona sanità vissuta in prima persona, dopo un intervento chirurgico, in alcune realtà ospedaliere di Palermo. Ciò, però, lo abbiamo sottolineato, non cancella le ombre che affliggono il sistema sanitario siciliano. Anzi, le rende ancora più evidenti nel confronto con il resto d’Italia.

A confermarlo non sono i soliti lamentosi luoghi comuni ma i freddi dati, indifferenti alle appartenenze politiche, degli ultimi rapporti Agenas (Agenzia Nazionale per i Servizi Sanitari Regionali). La sanità siciliana continua a zoppicare. L’ultimo Programma Nazionale Esiti e i bollettini sulle liste d’attesa restituiscono una sorta di manto leopardato.

Da un lato miglioramenti puntuali e isole felici, dall’altro criticità strutturali che tali rimangano. I numeri parlano chiaro. Nell’ultimo report nessuna struttura dell’isola figura tra i 15 ospedali d’eccellenza capaci di garantire standard alti in tutti i principali ambiti clinici. Al contrario, su 103 strutture monitorate in Sicilia ben 43 sono finite sotto la lente d’ingrandimento per livelli di qualità troppo bassi o anomalie nei registri clinici.

Le ferite aperte riguardano soprattutto la mortalità a trenta giorni nei delicati interventi di cardiochirurgia – dove la Sicilia è l’unica regione a superare la soglia critica del 4% – e l’abuso dei parti cesarei. Eppure, la qualità c’è dove si riesce a esprimerla. L’azienda Cannizzaro di Catania eccelle nell’emergenza cardiocircolatoria, la Maddalena di Palermo si conferma un punto di riferimento nella chirurgia oncologica mentre il Trigona di Noto e diverse cliniche private ottengono ottimi risultati nell’ortopedia.

Segnali di riscatto arrivano anche da sei strutture, grazie a investimenti e riorganizzazioni concrete, tra le quali Ismett, Maria Eleonora Hospital e gli ospedali di Acireale e Modica. La vera nota dolente resta, purtroppo, l’assistenza territoriale. Il monitoraggio ministeriale sui Livelli Essenziali di Assistenza boccia la Sicilia nell’area della prevenzione, lasciandola sotto la soglia di sufficienza a guardare quasi tutto il Paese superare agevolmente l’esame.

Ma è sulle liste d’attesa che il divario diventa pesante per i pazienti. Nazionalmente le prenotazioni aumentano e i tempi migliorano, in Sicilia no. Le visite specialistiche garantite nei tempi di legge sono crollate al 77,8%, scivolando sotto la media italiana. Stesso copione per gli esami diagnostici che calano al 72,3%, staccati di oltre dodici punti dal resto del Paese.

Dietro queste percentuali non ci sono solo statistiche, ci sono le storie di centinaia di migliaia di siciliani costretti ad aspettare mesi, a pagare di tasca propria nel privato o, peggio, a rinunciare a curarsi. Nonostante i proclami e i fondi stanziati la salute in Sicilia resta un diritto a metà, ancora troppo dipendente dal luogo di nascita e residenza impresso sulla carta d’identità.

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