La Sicilia che (non) vorrei: scrive Carolina Varchi

La Sicilia che (non) vorrei: la politica e il coraggio delle scelte

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Scrive la parlamentare di Fratelli d'Italia
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La Sicilia che (non) vorrei. Puoi partecipare anche tu. Scrivi a direttore@livesicilia.itLEGGI QUI. 

Caro Direttore,

Da quando ho deciso di accogliere questo invito ho riflettuto molto sul contributo da offrire al dibattito che LiveSicilia sta ospitando in queste settimane. Si sa, l’incombere delle scadenze elettorali alimenta il clima del sospetto e ogni iniziativa viene osservata con lenti distorte.

Io, invece, rivendico il diritto da dirigente di partito e rappresentante delle istituzioni di poter svolgere riflessioni pubbliche che non guardino necessariamente alle scadenze elettorali o a singole circostanze ma alla Politica, quella con la P maiuscola che poi è il motivo per cui da giovane matricola a giurisprudenza, decisi di impegnarmi in prima persona nella destra universitaria.

E così, dicevo, raccolto il suo invito, anche io mi cimento in alcune considerazioni. Oltre a quella delle bellezze naturali e del patrimonio culturale, delle identità e delle tradizioni, c’è un’altra Sicilia che amo profondamente: quella degli imprenditori che esistono e resistono, dei giovani che innovano e provano a costruire qui il proprio futuro, dei professionisti competenti e degli amministratori locali che affrontano ogni giorno problemi enormi con risorse insufficienti.

Ma c’è anche una Sicilia che non vorrei. È quella della mafia, della corruzione, del malaffare, delle prevaricazioni, dei diritti trasformati in favori. È anche quella di una politica troppo spesso ripiegata su sé stessa, prigioniera del presente e incapace di immaginare ciò che la nostra Isola potrebbe diventare.

Nella Sicilia che vorrei, la lotta al malaffare e alla corruzione non è appannaggio esclusivo delle forze dell’ordine e della magistratura ma riguarda tutti, ognuno nel ruolo che la vita ci chiama ad avere. Fosse anche solo quello di consumatori che scelgono di sostenere chi denuncia il pizzo o di pubblici ufficiali che denunciano tentativi di corruzione. Storie di ordinaria legalità che darebbero senso compiuto al sacrificio delle tante vittime di mafia.

Nella Sicilia che vorrei la politica dovrebbe indicare una direzione, anticipare le crisi e costruire opportunità. In Sicilia, talvolta, sembra smarrirsi questa funzione. È un problema trasversale, poiché nell’arco di un decennio tutte le forze politiche sono state chiamate alla sfida del governo; quindi, nessuno è in condizioni di salire in cattedra ad impartire lezioni.

La programmazione sostituita dalla gestione quotidiana del consenso; la visione sacrificata in favore della convenienza immediata. Il dibattito sulle riforme sostituito da quello sulle “mancette”: risorse pubbliche frammentate in una moltitudine di contributi, in assenza di un disegno complessivo riconducibile ad una strategia regionale.

Non significa che ogni finanziamento destinato a un Comune, a un’associazione o a un’iniziativa culturale sia inutile. Molte realtà svolgono attività preziose che meritano di essere sostenute. Il problema è il metodo: la mancanza di criteri oggettivi, di obiettivi misurabili e di una visione che metta al centro le vere priorità della Sicilia.

Quando il finanziamento pubblico diventa il risultato della vicinanza a questo o a quel deputato di opposizione o di maggioranza, non siamo più davanti a una politica di sviluppo ma alla mera costruzione del consenso personale. È questa la Sicilia che non vorrei: una Regione nella quale le risorse disponibili vengono disperse in centinaia di rivoli, mentre rimangono irrisolti i grandi problemi strutturali.

Abbiamo una rete idrica parzialmente inefficiente, collegamenti stradali e ferroviari inadeguati, strade provinciali abbandonate a seguito della abolizione degli enti intermedi, aree interne che si spopolano e una sanità che costringe troppi cittadini ad affrontare liste d’attesa interminabili o a curarsi fuori dall’Isola.

Abbiamo giovani formati nelle nostre università che partono perché non trovano opportunità adeguate. Di fronte a tutto questo, la politica deve compiere delle scelte, fare riforme di sistema, organiche e radicali, concentrare le risorse e avere il coraggio di dire qualche no per costruire un sì più grande nell’interesse generale.

In questo quadro è corretto riconoscere al centrodestra oggi guidato dal presidente Renato Schifani un approccio diverso, anche nel solco della continuità. La coalizione di governo, nella quale Fratelli d’Italia è protagonista indiscusso, alleato leale e punto di riferimento certo e determinante, sta dimostrando di voler collocare alcune scelte dentro un orizzonte che va oltre il quinquennio del mandato e oltre l’ordinaria amministrazione.

Il risanamento dei conti, la ricerca di una crescente credibilità istituzionale anche fuori dai confini regionali, la volontà di affrontare nodi irrisolti, a partire da quello dei trasporti e delle infrastrutture, della cura del territorio, dei rifiuti, alla semplificazione per le attività produttive, il tentativo di attrarre investimenti, rappresentano i segnali di una visione politica.

Nessun presidente, però, può cambiare da solo la Sicilia se il tandem con l’ARS non è ben oliato: il parlamento più antico d’Europa, forte della sua potestà legislativa, può valorizzare la specificità della nostra autonomia con riforme originali e modernizzatrici ma si trova ostaggio di veti incrociati, il cui culmine si estrinseca nel vituperato voto segreto che, da strumento a tutela della libertà di coscienza propria del singolo deputato, è diventato strumento di “incoscienza” per affossare questo o quel provvedimento e mandare segnali neanche tanto subliminali senza il disturbo di doverci mettere la faccia.

La Sicilia che vorrei ha priorità chiare: trasparenza per eradicare il pericolo di corruttele, infrastrutture moderne, energia, acqua, gestione efficiente dei rifiuti, sanità, innovazione, formazione e lavoro, politiche per la natalità, per la famiglia e per la libertà educativa.

La Sicilia che vorrei è consapevole di essere la regina del Mediterraneo, non più suggestione geografica ma la sfida del futuro. La nostra condizione di insularità deve trasformarsi da condizione di svantaggio a opportunità di valorizzazione economica. Anche grazie al rivoluzionario Piano Mattei, La Sicilia può diventare HUB EuroMediterraneo: una piattaforma logistica, energetica, produttiva e culturale tra l’Europa, l’Africa e il Medio Oriente. Può investire nei porti e negli aeroporti, nell’economia del mare, nelle energie rinnovabili, nella ricerca, nel turismo di qualità, nell’agroalimentare d’eccellenza, nel grande patrimonio UNESCO.

Per realizzare questa prospettiva occorre abbandonare la politica della frammentazione e del compromesso.

Le risorse pubbliche non servono a consolidare carriere politiche, ma a costruire infrastrutture, servizi, lavoro e futuro.

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La Sicilia che vorrei è una terra moderna, aperta e consapevole della propria forza, finalmente protagonista dell’Euromediterraneo. Per arrivarci servono una visione e il coraggio di seguirla.

Carolina Varchi, componente dell’esecutivo nazionale di Fratelli d’Italia e responsabile dipartimento politiche per il mezzogiorno, deputato Segretario di Presidenza alla Camera, capogruppo FDI in commissione giustizia.


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