Ancora un contributo per la nostra iniziativa. Che si conclude qui.
Caro direttore,
da qualche tempo hai posto una domanda molto semplice: quale Sicilia (non) vorreste?
Ti confesso di aver resistito a lungo prima di inviarti la mia riflessione. Non volevo che apparisse come un’inutile civetteria e, soprattutto, non volevo — e non voglio — aggiungermi a quanti ti hanno risposto con un ampio programma.
Non essendo candidato a nulla, se non a continuare il mio lavoro per offrirlo al giudizio del corpo elettorale al termine di questa avventura, non riesco però a resistere all’impulso culturale e metapolitico di dare una risposta che sia davvero tale.
Quale Sicilia (non) vorrei?
Cominciamo.
Non vorrei più una Sicilia nella quale dici bianco e immediatamente qualcuno spiega che volevi dire nero.
Una Sicilia del non detto. Del sospetto. Del retroscena. Nella quale il retrobottega è diventato più importante — e più frequentato — della bottega.
Una Sicilia sospettosa e ambigua, incapace di progettare i prossimi vent’anni perché troppo occupata a organizzare le prossime ventiquattr’ore. E quando qualcuno prova a guardare lontano, viene accusato di non occuparsi delle cose importanti, di perdere tempo, di sprecare risorse.
Tanto impegno per costruire. Altrettanto per distruggere e ricominciare. L’ho visto con i miei occhi, accanto a un uomo con la schiena dritta che ha pagato il prezzo della sua fermezza. E in questi anni di cose abbandonate ne ho viste fin troppe: simboli di quel “cancella e ricomincia” di cui non avremmo avuto bisogno.
E questo porta alla seconda Sicilia che non vorrei.
Quella che ama distruggere chi ha costruito.
Sciascia aveva capito tutto.
In Sicilia, per eliminare un uomo, non serve dimostrare che abbia fatto qualcosa. Basta dire che è “chiacchierato”.
Il metodo è perfetto. Prima lo chiacchierano.
Poi fanno un passo indietro, assumono un’espressione seria e dicono: “Però bisogna ammettere che è molto chiacchierato”.
Straordinario. Lo stesso accade con i “divisivi”.
Ti definiscono divisivo quelli che hanno come unico obiettivo dividere, nel senso di “spartire”.
È un sistema perverso, alimentato anche dal “mascariamento” permanente, spesso praticato in nome di una questione morale che diventa immorale quando colpisce i nemici e assolve gli amici.
E qui il rovesciamento della realtà diventa magistrale: gli incensurati diventano colpevoli prima ancora di una sentenza definitiva; i condannati (se della giusta parte) vengono innalzati all’onore degli altari.
Se devo scegliere una sola parola per descrivere la Sicilia che non vorrei, scelgo questa: ipocrita.
L’ipocrisia — che tutto contagia e da tutto è contagiata — si nutre della dissimulazione.
Dissimulare significa nascondere ciò che si pensa davvero. E noi abbiamo finito qualche volta persino per considerarlo un pregio: il subdolo nascondersi non viene più misurato con il metro della lealtà, ma elevato a sagacia. La slealtà diventa abilità. L’ambiguità, intelligenza. Il doppio gioco, strategia.
Quindi “ci sa fare” il politico che esprime spregiudicata furbizia, che aggrega in nome della cinica affermazione del potere, che mette nel sacco gli altri con sotterfugi o propaganda spicciola, senza bisogno di convincerli con la bontà delle sue idee o la visione del suo progetto.
Ma non vale solo per la politica. “Furbo” è l’imprenditore che depreda i fondi europei, “sperto” l’agricoltore che saccheggia il Psr, “ammanigliato” il professionista che sa farsi nominare negli incarichi ben remunerati, “rispettato” il burocrate che resta sempre a galla, chiunque governi.
E allora, Roberto caro, la Sicilia che non vorrei è soprattutto questa.
Una Sicilia che consuma il tempo invece di investirlo. Che ripete a sé stessa, come un mantra, che tutto si vuole cambiare perché nulla cambi. E mentre lo ripete sembra quasi compiacersene.
Una Sicilia che fa più danno dei programmi non mantenuti ed è, tuttavia, meno ridicola di quelli enunciati al solo fine di raccontare, davanti allo specchio della vanità, la propria gloria presunta.
Ti ho detto della Sicilia che non vorrei, perché quella che vorrei, al contrario, esiste già. Ed è persino più forte.
Ma non ci piace vederla o, peggio, preferiamo darla per scontata, come accade con gli amori che non vengono coltivati. Ognuno di noi la conosce: la vede nei piccoli gesti e nelle grandi speranze diventate realtà. Ma ci fa comodo nasconderla, presi dal raccontare il peggio di noi per colpire qualcuno, senza accorgerci che, se qualcosa si è fatto, lo si deve a quelli che ci hanno provato: mille volte sbagliando e cento riuscendo.
Ci vorranno generazioni, forse, per superare questa tara che portiamo con noi da molto tempo. Non so se sia più semplice cambiare prospettiva, imparando a valorizzare la Sicilia migliore e offrendole una visione politica e geopolitica di lungo periodo, o abolire il voto segreto all’Ars, come invocato dal presidente Galvagno, in continuità con la battaglia iniziata da Nello Musumeci.
Ma dentro questo paradosso c’è molto più di una battuta. C’è una questione antica: continuare a pensare che la Sicilia sia qualcosa che debba cambiare indipendentemente da noi.
Sant’Agostino lo aveva detto molti secoli fa, con parole che sembrano scritte per noi: «Sono tempi cattivi, tempi difficili», dicono gli uomini. «Viviamo bene, e i tempi saranno buoni. Noi siamo i tempi: quali siamo noi, tali sono i tempi».
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Ma se noi siamo i tempi, siamo anche la Sicilia che raccontiamo, quella che costruiamo e quella che lasciamo a chi verrà dopo di noi: e al pessimismo e al fatalismo preferisco la speranza che venga finalmente il tempo in cui smetteremo di raccontarci come una terra condannata a subire la storia e ricominceremo a pensarci come una terra capace di scriverla.
Ruggero Razza, deputato al Parlamento europeo di FdI




