L'omicidio e la violenza di Palermo, lo Stato è 'bocciato'

L’omicidio e la violenza di Palermo, lo Stato è ‘bocciato’

Ancora una riflessione sulla terribile notte di sangue a Palermo

L’orribile omicidio di fronte il Teatro Massimo, come la strage di Monreale, a due passi da una delle bellezze dell’umanità: il Duomo con i suoi delicati e mistici mosaici bizantini, suonano assurdi e anacronistici, in stridente contrasto con la civiltà e con il concetto di umanità.

Invece di indignarci e usare le solite frasi draconiane: “esercito in strada“, “sicurezza”, “ci vogliono pene esemplari”, “dovete buttare le chiavi”, etc etc , occorre interrogarsi sulle ragioni di questo passo indietro compiuto dalla società civile negli ultimi 20 anni, senza manifestare intolleranza razzista verso il luogo di origine periferico di alcuni di questi ragazzi: lo Zen.

Zen è come la banlieu parigina, come i rotten burroughs inglesi, i barrios-favelas latino americani. E’, in altri termini, un fenomeno moderno, con radici antiche: un ghetto, nel quale sono state marginalizzate fasce intere di popolazione palermitana provenienti da parti diverse della città, per creare spazio a quella Palermo più bella dei sogni imprenditoriali e di speculazione di Ciancimino & Co. negli anni ‘70.

Se le tasche dei costruttori dell’epoca si sono riempite a dismisura, il vuoto totale ha segnato per sempre i ‘deportati’ dello Zen. L’arretratezza culturale e l’analfabetizzazione regnano sovrane, il nuovo avvento del bullismo, anche femminile, la l’affermazione del “favore” in luogo del diritto, il “ci canusci nuddu a..” (conosci qualcuno in quell’ufficio per ottenere qualcosa un certificato, una licenza.. invece di fare la fila o avere negata l’istanza), la legalità ristretta ad eccezione, quasi un mito esoterico celebrato da pochi adepti.

Sullo sfondo una sbandierata vittoria sulla criminalità organizzata con la morte, almeno questa è certa, dell’ultimo dei capi conosciuti: l’uomo di Castelvetrano. Nel tipico linguaggio ipocrita e propagandistico si vuole fare intendere che questi fenomeni violenti siano la mafia di oggi, ridotta a microcriminalità, piccolo spaccio e fatti riconducibili ad “intemperanze giovanili” (l’omicidio) .

La realtà è ben diversa; diverse voci si sono levate in questi anni per spiegare che il disagio giovanile è il terreno fertile per le organizzazioni criminali. La mafia ha cambiato pelle, ma si rinnova sempre. Il controllo del territorio si è parcellizzato e frantumato sullo stile e modello camorristico, di ispirazione latinoamericana, e specializzato nel traffico delle nuove droghe sintetiche, tra le quali il micidiale crack. Vanno di moda gli stili violenti e machisti, sintomi di una profonda insicurezza interiore, d’altronde, perché uscire da casa con una pistola in tasca se non hai in mente l’eventualità di usarla? E ti registri un video pure inneggiando a Totò Riina e ottieni 200 “like”.

La miopia delle Istituzioni, dei governi degli ultimi dieci anni, tramutata talvolta in strabismo (risorse all’Ente amico per festival e sagre che hanno il sapore di vere e proprie tangenti/marchette e non agli altri, che tanto sono contro di noi) o cecità assoluta (niente soldi per nessuno), ha prodotto un’azione lenta ma continua di disarmo delle forze e dei progetti di contrasto e si è fermata al rafforzamento dell’apparato normativo/sanzionatorio.

Oggi siamo all’inceppamento del sistema ed al depauperamento delle risorse per affrontare il fenomeno in strada. Lo Stato allo Zen, ma potremmo dire a Palermo tutta, si è fermato; direi anzi, che è stato bocciato, con buona pace del Sindaco, del Prefetto, del Questore e dei ministri competenti. Forse in luogo dello sceriffo occorrono, in senso metaforico, più paramedici, geometri e muratori.

Lo Stato se vuole ingaggiare una buona battaglia sul serio deve lavorare, dunque, con autorevolezza. Deve investire sulla prevenzione nelle periferie, non solo in quelle geografiche, ma soprattutto in quelle individuali giovanili, che prescindono dai luoghi. E lo Stato diventa autorevole quando la sua azione è affidata alla gente comune, agli eroi della quotidianità. Sono poco più di mille in tutta Italia gli enti a tutela della legalità, piccoli e grandi, associazioni, fondazioni, centri di studio e documentazione, la cui azione sostitutiva è fondamentale. Operatori di grande esperienza, impegno e spessore non hanno mai mollato ma mancano le risorse.

Sono questi gli Enti/ grimaldello per entrare nelle menti dei giovani, nelle periferie come nei centri cittadini, nelle scuole, prima che gli crescano i baffi che poi, come si è visto, troppo tardi. Mancano ormai del tutto i centri classici dell’aggregazione educativa: famiglia, scuola, parrocchie ed oratori, centri sportivi.

Hanno altri e ben più affascinanti competitors. Gli sport di gruppo decadono a favore dell’individual wellness; il fit individuale è tutto. Cresce la spesa per le cure del proprio corpo, anche chirurgiche nelle giovanissime. Crescono i tatuaggi e piercing. Un modo di affermare che “io esisto e mi devi guardare” e la popolarità è l’obiettivo.

Al di là del cinismo e del pessimismo delle parole, siamo convinti che, tuttavia, con il lavoro e l’impegno costante, gutta cavat lapidem. Parafrasando il compianto Papa Francesco (quanto ci manca) quando tuonava contro gli eccessi del clericalismo, invitando i sacerdoti e i laici addetti a portare Gesù Cristo fuori dalle Chiese, credo che occorra portare i diritti fuori dalla Costituzione nelle periferie e nel cuore e nelle menti dei giovani.

Non la legge, vissuta come imposizione, ma i diritti come braccia di una Costituzione viva, come riconoscimento delle libertà individuali unite nel raggiungimento del bene comune. I morti di Palermo e Monreale, lo Zen, questo chiedono: qualcuno che si occupi di loro prima che sia troppo tardi. Su questo attendiamo le risposte della buona politica e della Commissione regionale antimafia. Palermo,

Avvocato Sergio Russo, presidente della Fondazione Costa

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