Commessa licenziata e riassunta |Spy story al negozio Louis Vuitton

Commessa licenziata e riassunta |Spy story al negozio Louis Vuitton

Il negozio Louis Vuitton di Palermo

Era accusata di avere rubato un portafogli trovato nella sua borsa, ma...

PALERMO – La sorpresero con un portafogli dentro la borsa all’uscito dal negozio, ma non c’è prova che sia stata lei a rubarlo. Anzi, non è da escludere che sia rimasta vittima di un complotto.

È una piccola spy story quella che si conclude con un lieto fine per una commessa del prestigioso negozio Louis Vuitton di Palermo, prima licenziata e ora riassunta su ordine del Tribunale. Nella sentenza il giudice del lavoro Paola Marino applica un principio di diritto che va oltre il caso specifico: il licenziamento non può essere ritenuto legittimo qualora la condotta contestata non possa essere inequivocabilmente riconducibile al lavoratore.

Sembrava il più classico dei sacrosanti licenziamenti per giusta causa, tanto che al termine di un primo giudizio la società aveva avuto ragione. Sembrava, appunto. Il legale della commessa, l’avvocato Massimiliano Cassibba, si è opposto e ha ottenuto il reintegro nel posto di lavoro, il pagamento di tutti gli stipendi non percepiti dalla sua assistita e la liquidazione delle spese legali.

La vicenda inizia nell’ottobre 2016 quando la commessa finisce il turno di lavoro ed esce dal lussuoso negozio di via Libertà. È prassi, racconterà, che l’addetto alla sicurezza controlli le borse delle lavoratrici per smascherare eventuali furti. Detto, fatto: la donna nasconde un portafogli del valore di 325 euro. Non solo, nella relazione di servizio viene pure annotata la sua confessione: “Sì, l’ho rubato io”. Le prove sono granitiche e arriva il licenziamento in tronco confermato dal Tribunale.

Nel giudizio di opposizione, però, l’avvocato Cassiba contesta che la Louis Vuitton ha depositato solo due spezzoni di immagini delle telecamere che riprendono sia i locali della vendita che gli spogliatoi per i dipendenti. I filmati integrali non saranno mai esibiti.

La commessa nega le accuse. Dice che non è stata lei e adombra sospetti su qualche collega. Nel negozio la convivenza non è serena, come emerge da una serie di e mail e relative contestazioni. Insomma, qualcuno che vuole sbarazzarsi di lei potrebbe averla incastrata. D’altra parte ha lasciato la borsa fuori dall’armadietto sottochiave per via delle sue dimensioni. Aggiunge che solo una stupida avrebbe potuto pensare di farla franca vista la certezza di essere controllata all’uscita.

Il giudice Marino visiona scrupolosamente lo spezzone del filmato in cui si vede la commessa infilare qualcosa sotto la cintura. L’addetto alla sicurezza aveva aggiunto di avere assistito al fattaccio all’ora di pranzo ed è sicuro che si trattasse di un prodotto aziendale. “Non è vero”, contrattacca la donna, “era un feltrino perché la fibbia della cintura mi provocava un’allergia”. Le immagini confermano la sua tesi. La commessa ha messo qualcosa sotto i pantaloni all’altezza della vita, ma non delle dimensioni di un portafogli. C’è di più, se davvero l’addetto alla sicurezza l’aveva sorpresa mentre rubava perché ha atteso l’uscita dal negozio, alle 19:30, per contestargli il furto?

Resta da valutare la prova regina, e cioè la confessione della commessa. La donna smentisce di avere ammesso le proprie colpe. Non ha detto le cose contenute nella relazione di servizio. “Per un verso, infatti, la ricorrente – scrive il giudice – ha nei fatti sconfessato tale ipotetica confessione, per l’altro detta confessione sarebbe stata sentita giusto dai due testi, la cui testimonianza non può ritenersi attendibile. Dal momento, invero, che tali soggetti hanno affermato di aver visto un fatto che risulta incontrovertibilmente non avvenuto dai filmati prodotti, la loro deposizione non può essere valorizzata in nessuna parte contro la ricorrente”.

Ed ancora: “L’onere della prova della sussistenza del fatto contestato ricade sul datore di lavoro, con la conseguenza che esso non può ritenersi provato, in mancanza di prova sufficiente delle circostanze che fu la ricorrente ad impossessarsi del portafogli e a occultarlo nella propria borsa, con la conseguenza che il licenziamento deve valutarsi privo di giusta causa o giustificato motivo soggettivo”. La commessa deve subito tornare al lavoro.

 

 

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