Gentili amici, buonasera
Trasmettiamo emozioni dall’ultimo treno della notte che ci porta dritti al binario B, prima di scendere, come si scende al capolinea del sogno di un’intera vita. I vagoni sono imbandierati di sciarpette rosanero. Ognuno di loro racconta una storia. No, non badate troppo alla partita che si gioca al ‘Barbera’, non è quello il viaggio che conta, se non per la dignità e il decoro. Magari, per curiosità statistica, potreste chiedere ai pochissimi spettatori presenti, uno per uno: scusi, lei perché è venuto a vedere Palermo-Empoli? Chiunque stringerebbe il suo biglietto d’ingresso, come per trattenere una gioia in dissolvenza e chissà mai se tornerà.
Ma questa è la notte della memoria dolorosa di qualcosa che è stato rotto. Questo è il treno del rimpianto sul binario della retrocessione. Eppure, attraversandolo, si può rintracciare un brivido antico, un inganno di felicità. Ogni generazione lo percorrerebbe a modo suo, con i suoi miti, con le sue date segnate in rosso. Perché il treno della memoria cambia aspetto negli occhi di chi guarda.
Noi, per congiunture astrali e temporali, nel primo vagone annotiamo un piede che si alza in volo per calciare un pallone volante. Non è Pelè in ‘Fuga per la ‘vittoria’, quando segna contro i perfidi tedeschi e poi Stallone parerà il rigore. Era Santino Nuccio, in C2. Forse pioveva. Sicuramente, sul campo, col Palermo, c’era la Juve Stabia. Si illanguidiva in un pareggio bagnaticcio. Santino arpionò con la sua magia l’amore dei tifosi. E se domandate ai ragazzini di allora, vi diranno che quel gol, proprio quel gol, segnalò l’inizio di una speranza che sbocciava nell’inverno e che, molti anni dopo, si sarebbe trasformata in primavera. Niente più di una rovesciata annuncia la rivoluzione.
Nella stessa pagina fa capolino un pomeriggio dopo la scuola, era quasi estate. Profumo di gelsomini in viale Campania, un innamoramento che rendeva i corpi trasparenti, fino a far affiorare il cuore. Passeggiate a Mondello. Coni gelati e pupille intrecciate che non si separavano mai. Si viveva in un ritornello di Baglioni. E un Palermo-Ajax quattro a zero (tripletta di d’Este, sigillo di Pocetta) che non sarebbe stato dimenticato.
Secondo vagone. Ai finestrini le ombre di tutti coloro che fin qui hanno mangiato maglia e sudore. Paolo che quando grida “Forza Palermoooooo!!!!” a momenti spacca i vetri, Vito che è andato in trasferta a Valdiano. Marco che avrebbe voluto Zeman in panchina. Nino che taglia i capelli e capisce di calcio più di Antonio Conte. Un professore di Lettere che tifava Catania – solo un po’ – per via dell’origine, ma si inchinò davanti al sorriso di Renzo Barbera, incontrandolo per caso. Il papà che, una sera di posticipo, portava in braccio il figlio con la stampella, fino alla curva. E il signore con gli occhiali, accanto alla tribuna stampa, che impazziva quando vedeva un arbitro, a prescindere, gratificandolo subito con un sonoro “cornuto” in forma di benvenuto. E i ragazzini con la maglietta di Zauli sulle spalle, finalmente convertiti alla città col nome di una squadra, non terra di conquista di squadroni più o meno strisciati. Per chi batterà il loro polso l’anno prossimo?
Non voltate la testa verso il presente. Non ancora, gentili amici. Restate qui, sul treno del binario B, in una notte senza stelle: la memoria dolente è meglio del nulla che, adesso, ci circonda. Ci sono affari in corso. Non avete visto l’insegna? Abbiamo dovuto familiarizzare col closing, con la finanza, con le banche…. Da appassionati, contabili e ragionieri di un destino ignoto.
Un altro vagone. Un’altra prodezza. La marcatura di Franco Brienza alla Juve. E Buffon che fissa tutti in giro, incredulo, alla pari di un monarca spodestato. Triste, tanto triste che somiglia al portiere di una lirica di Umberto Saba. E lo stadio che non crede al prodigio. Quarantamila persone a stropicciarsi le nocche sotto le ciglia. E Lamberto Zauli che rintraccia uno spazio dove non c’è, sul prato di San Siro, a casa dell’Inter. La zampata – sì, la zampata – di Toni è la formalità burocratica di una geniale serpentina. E la traversa di Guardalben che tremerà in eterno perché Adriano l’ha percossa con una cannonata. E l’inebriante illusione di sentirsi in cima a una conquista che sarebbe durata.
Guardiamolo adesso il prato del ‘Barbera’. Il Palermo ha vinto con l’Empoli la partita più inutile che c’è. Ma non fischiamo. I ragazzi non se lo meritano. Sono scarsi, però hanno mostrato un attaccamento maggiore di chi ha negato la salvezza a un campionato che sarebbe stato semplice, in fondo, raddrizzare. Perché non è accaduto? Non sono domande a cui il presente diario minimo può trovare risposte.
E guardiamo di nuovo il treno che ci porta al binario B, in una notte densa di incognite e dubbi, per l’ultima volta. Scendiamo, come si scende al capolinea del sogno di un’intera vita, senza dimenticare il biglietto: potrebbe avere il valore inestimabile del mai più. La strada è quella solita che conduce a casa. C’è qualcuno che aspetta a una finestra illuminata. I vagoni fischiano in lontananza ormai. I fiori al balcone sono gli stessi di ieri.
Gentili amici, basta con le emozioni. Si sta male, troppo male. Non resta che congedarsi dalla felicità e non è strano che, in un mondo tanto confuso, abbia preso le sembianze di un pallone. Lasciamola rotolare con i rimpianti e le lacrime, nell’imminenza di un indimenticabile lunedì. Forse la ritroveremo. Forse ci ritroveremo – da viaggiatori, da innamorati, da sognatori – un giorno.

