Quattro giorni dopo il rapimento di Aldo Moro, il democristiano Piersanti
Mattarella guidava alla Regione il suo primo governo. Era il 20 marzo 1978 e
l’uomo che teorizzava una Sicilia con le carte in regola faceva ingresso a palazzo d’Orleans, dove sarebbe rimasto fino al 6 gennaio 1980, esattamente 30 anni fa, giorno in cui fu ucciso a Palermo davanti agli occhi della moglie e dei due figli. Aveva solo 44 anni. Eletto per la prima volta all’Assemblea regionale siciliana nel ’67, dopo tre anni da consigliere comunale a Palermo, Mattarella si trovo’, un po’ a sorpresa, a guidare un governo di centrosinistra che per la prima volta contava sull’appoggio esterno del Partito comunista di Achille Occhetto, a quel tempo segretario regionale, che con il suo omologo democristiano, Rosario Nicoletti (morto suicida nell’84), portava avanti il progetto della solidarietà autonomistica, una versione locale del governo di solidarietà nazionale teorizzato a Roma da Aldo Moro, maestro di Mattarella, e da Enrico Berlinguer. In Sicilia l’appoggio del Pci non è una questione di numeri: all’Ars la corazzata democristiana aveva quasi la metà dei 90 deputati, ma il rimescolamento della maggioranza conteneva altri significati. Quella stagione produsse, fra l’altro, la riforma della burocrazia regionale. Sono anni in cui Mattarella lancia segnali fino ad allora impensabili per un presidente della Regione: nel ’79 manda a casa un componente della sua giunta di centrosinistra, il repubblicano Rosario Cardillo, un po’ troppo disinvolto nella gestione dei lavori pubblici. Nello stesso anno spedisce gli ispettori regionali al Comune di Palermo, perché vuole vederci chiaro sull’aggiudicazione di un appalto per la costruzione di sei scuole. Aveva ragione lui: i boss avevano messo le mani sull’affare e l’operazione fu bloccata, per essere ripresa alla sua morte. Mattarella è consapevole dei rischi che corre, ma non sembra avere alcuna intenzione di fermarsi. Due mesi prima di morire va a trovare a Roma il ministro democristiano Virginio Rognoni, titolare degli Interni, per informarlo su quanto accadeva in Sicilia e sulla necessità di far pulizia, costi quel che costi. Di ritorno da quel viaggio dirà alla sua segretaria di tenere bene in mente quella data e quell’episodio: “Se dovesse
capitarmi qualcosa di molto grave, si ricordi che è legato a questo incontro”.
Se si esclude Nicoletti (il quale ai funerali dirà “Hanno buttato una moneta, o usciva lui o uscivo io”), il nuovo corso di Mattarella non ha molti sostenitori in Sicilia. Il presidente cattolico non frequentava le stesse “chiese” dei fanfaniani, che il giorno delle sue elezioni all’Ars gli votarono contro. Nel marzo ’79 il Pci apri’ una crisi nella maggioranza, defilandosi e votando contro la nascita del secondo governo, sostenuto da socialisti, repubblicani e democristiani; ma più tardi il Psi lascerà l’esecutivo. Dopo l’assassinio di Moro la linea della solidarietà nazionale fu accantonata nelle segreterie e le conseguenze si sentirono anche a Palermo. Il congresso di Roma del febbraio ’80 sancira’ la vittoria di Flaminio Piccoli e del cosiddetto “preambolo” sull’uscente Benigno Zaccagnini. Si chiuderà così la stagione dei rapporti Dc- Pci. In Sicilia all’uomo delle carte in regola, il figlio di Bernardo Mattarella (sturziano, antifascista e antiseparatista, ma chiacchierato per i suoi presunti rapporti con la mafia, mai provati sul piano giudiziario) succederà Mario D’Acquisto, vicino ad Andreotti, quello stesso Andreotti accusato dal pentito Francesco Marino Mannoia di aver incontrato tre volte il boss Stefano Bontade, il quale si sarebbe lamentato con l’allora presidente del consiglio della linea intransigente assunta da Mattarella.
Partecipa al dibattito: commenta questo articolo
