PALERMO – Fabrizio Messina chiede di potere parlare prima del verdetto. Fa dichiarazioni spontanee per prendere le distanze dalla mafia. Lui che per mafia è stato condannato e ha scontato una parte della pena al 41 bis.
Sono i capimafia a meritare il regime del carcere duro, proprio come il fratello di Fabrizio Messina, il boss Geraldino, arrestato nel 2010 mentre viveva da latitante a Favara. Sta scontando l’ergastolo. Stessa cosa il terzo fratello, Salvatore.
“Non posso essere un capo”: le parole di Fabrizio Messina
Fabrizio Messina chiede clemenza al giudice. Solo lui sa, nel suo intimo, se si è trattato di una strategia per rendere meno pesante la condanna o se si è di fronte ad un sincero ravvedimento che però andrebbe seguito da ulteriori e decisivi passaggi. La dissociazione non è pentimento.
Il giudice lo condanna a 17 anni, contro i 20 chiesti dalla Procura, ma le sue parole non hanno inciso sul verdetto.
A giugno scorso aveva sì chiesto di accedere alla giustizia riparativa, ma respingendo l’accusa per cui oggi è stato condannato: “La Procura non mi contesta nessuna estorsione, nessuna intimidazione, nessun delitto tipico della associazione mafiosa. E d’altronde non posso rivestire il ruolo di capo di una associazione senza associati”.
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“Condannatemi come dissociato”
Queste le parole di Messina, assistito dall’avvocato Salvatore Pennica: “Oggi non voglio parlare del mio passato, bello o brutto, secondo con quali occhi si guarda, ma voglio assolutamente parlare del mio presente, del mio futuro e dell’amore immenso che nutro verso la mia famiglia e per me stesso. Quindi oggi le chiedo, se devo essere condannato, vorrò essere condannato come dissociato dalla mafia perché io oggi in pubblico mi dissocio perfettamente dalla mafia, non mi appartiene più o forse meglio non mi è mai appartenuta. Oggi ne ho la piena consapevolezza per cui mi ripongo alla sua clemenza con la speranza che il mio messaggio posa aiutarla ad un giudizio più clemente. La ringrazio di avermi ascoltato”.
Nel 2024 la provincia di Agrigento è stata una polveriera. Colpi di pistola e kalashnikov esplosi contro case e negozi, furgoni e scooter incendiati. La tensione tra i clan mafiosi è altissima. Da una parte gli uomini di Porto Empedocle guidarti da Messina e dall’altra la cosca di Villaseta, capeggiata da Pietro Capraro.




