CATANIA – Il tentato omicidio del Castello Ursino è stato solo una scintilla per riaccendere l’attenzione sul fenomeno dei baby criminali. Una realtà radicata, purtroppo, in molte zone di Catania. Quartieri che sono diventati per la mafia bacino per assoldare manovalanza tra i giovanissimi. E non basta far scattare le manette; in questi casi, più che in altri, l’obiettivo rieducativo e di reinserimento della pena detentiva è fondamentale. L’Enciclopedia della Mafia (Curcio Editore) dedica un capitolo alla criminalità minorile del distretto di Catania, curato dal magistrato Angelo Busacca in cui si posticipa “ogni riflessione” alle “analisi delle condizioni socio-economiche del territorio e delle conseguenze sul disagio giovanile”. Partiamo da due dati del 2013: disoccupazione (maschi di età tra i 15 e i 29 anni) al 42% e 26% di dispersione scolastica. Poco c’è da aggiungere alle cifre che scattano una fotografia di un contesto sociale dove il seme della criminalità organizzata può attecchire e crescere – usando termini della botanica – in modo rigoglioso.
Catania – manco a dirlo – è la città da dove provengono la maggior parte delle indagini di criminalità organizzata con coinvolgimento diretto o indiretto dei minori. E se in passato – si legge – era facile poter disegnare una sorta di mappa di dove il fenomeno fosse più radicato, oggi con i cambiamenti di sviluppo urbano della città qualcosa è cambiato. Anche se le roccaforti dei Santapaola rimangono i quartieri dove il crimine minorile è più presente: San Cristoforo, Angeli Custodi, Antico Corso e Fortino. Ma dagli anni ’70 in poi non si può dimenticare Librino, la zona di via Fossa della Creta e San Giorgio. Quartieri dormitorio, colate di cemento, zone abbandonate dove mancano aree ricreative per i giovani, e l’unica risposta molte volte arriva dal mondo del volontariato. Anche se a Librino è arrivato un istituto superiore e questo fa ben sperare.
Torniamo all’analisi del fenomeno criminale. I dati relativi agli “ingressi” al Centro di Prima Accoglienza di Catania può aiutare a determinare la provenienza dei minori con problemi legati alla criminalità. “Sono stati 44 gli ingressi in CPA – si legge – relativi ad arresti in flagranza della sola città di Catania nel 2013. Per oltre tre quarti provengono dai quartieri storici e da Librino. Dei 44 ingressi riguardanti Catania, ben 28 riguardano lo spaccio di stupefacenti”.
Stiamo parlando di arresti in flagranza e non di ordinanze di custodia cautelare. Il dato, dunque, è solo parziale ma cristallizza in modo inequivocabile che la droga – come dimostrano gli arresti delle ultime settimane – è il settore dove sono impiegati maggiormente i giovanissimi come pusher e vedette. Molte volte agli angoli delle strade si trovano undicenni e dodicenni che sono pagati per mandare il segnale quando vedono una volante. Un fischio o uno squillo per evitare l’arresto. Ma anche le rapine – ce lo dicono i mattinali di polizia e carabinieri – sono uno dei reati in cui sono coinvolti i giovani. “Lo spaccio di stupefacenti e la maggior parte delle rapine – si legge nel capitolo dell’Enciclopedia della Mafia – avvengono sotto il controllo della criminalità organizzata radicata sul territorio”. E purtroppo non sono pochi i minori che risultano indagati e detenuti per reati associativi. “I soggetti indagati per 416 bis CP sono stati molto spesso in passato legati da vincoli parentali con i rappresentanti delle famiglie mafiose” – si precisa nel capitolo dedicato.
Questo dato fa ben capire come sia particolarmente difficile per un minore che vive in un contesto familiare poter scegliere un’altra strada. Delinquere diventa quasi una scelta obbligata anche quando – si disamina nel testo di un caso processuale – si esce dal carcere e magari durante la detenzione il mantenimento è arrivato dall’organizzazione mafiosa. E quindi le azioni criminali sono anche un modo per “sdebitarsi”. “Questa sorta di filo rosso della funzione anche rieducativa del processo si ritrova costantemente nel rito minorile” – scrive il magistrato Busacca, ma nella realtà questo “filo rosso” rischia di rompersi in quanto non esiste a Catania un contesto sociale capace di supportare le decisioni dei giudici minorili. Per questo è auspicabile un’opera sinergica delle istituzioni e delle agenzie di formazione. La criminalità organizzata minorile, nella sua complessità, non può essere relegata a semplice fenomeno criminale che spetta alla magistratura e alle forze di polizia contrastare. L’azione giudiziaria diventa inutile se non si crea il terreno fertile per far germogliare la legalità, ma fuori dalle aule dei tribunali.

