Mafia, la figlia del boss: | "Mio padre non era un traditore"

Mafia, la figlia del boss: | “Mio padre non era un traditore”

Un articolo di LiveSicilia. Una lettera per fatto personale. E la risposta.

Che cos’è la memoria, a che serve? Ci scrive Margherita Riccobono, figlia di don Saro, a proposito dell’articolo di Riccardo Lo Verso pubblicato su LiveSicilia, nella galleria dei ritratti della mafia dei perdenti.

Scrive, tra l’altro, la signora Margherita: “Io sono la figlia e noi figli non abbiamo nessuna colpa (…) mio padre non è stato un traditore (…) dietro ogni uomo c’è una famiglia, ci sono donne e bambini che stanno pagando colpe che non hanno. Lasciatelo in pace”.

La questione è cruciale. Riguarda la sofferenza dei superstiti di qualunque guerra, l’etica di chi mette insieme parole per raccontare cronaca e storia, la polvere degli anni che viene sollevata per riportare alla luce una traccia di sangue, la comprensibile necessità umana di chi vorrebbe dimenticare e non sopravvivere più, schiacciato dall’ineluttabile, incatenato al chiodo di ricordi atroci. Ciò che per noi è narrazione, per altri è tragica esperienza che ha piantato le unghie nella carne: non si può restare inerti se una penna la richiama dalle profondità di anni trascorsi.

Cos’è, dunque, la memoria, a chi e a che serve? Fino a quando è lecito disvelarla, rinnovando lutti e lacrime?

“Chi non conosce la storia è condannato a ripeterla”, recita un noto aforisma. E forse basterebbe per fornire una risposta, per spiegare perché LiveSicilia sia impegnata nel resoconto di cronache passate, in un panorama in cui l’informazione, spesso, si limita a narrare l’oggi, nella sua dimensione esclusiva, senza occhi per guardare altrove, né sinapsi per effettuare i dovuti collegamenti.

La mafia è una vicenda dal cuore siciliano. Davvero possiamo correre il rischio del silenzio, seppure consacrato a una pietà che non ci è estranea? Davvero possiamo permetterci l’omissione, la non dimenticanza, l’oblio? Sarebbe un dileggio per i morti che appartengono a tutti, per i vivi che hanno costruito, dopo stagioni di ferro e fuoco, un tentativo di speranza.

Ecco, perché – signora Margherita – abbiamo narrato la storia di suo padre, insieme con il resto. Non volevamo re-suscitare il dolore di alcuno, ma provare a spiegarlo – il dolore senza requie, né requiem – perché altri non debbano più versare le sue e le nostre lacrime. In questo cammino di sangue e speranze, nessuno può concedersi il lusso di essere lasciato in pace.

 

Partecipa al dibattito: commenta questo articolo

Segui LiveSicilia sui social


Ricevi le nostre ultime notizie da Google News: clicca su SEGUICI, poi nella nuova schermata clicca sul pulsante con la stella!
SEGUICI