Palermo, omicidio Pellicane: condannato a 23 anni dal delitto

La notte del killer prima dell’agguato, l’arrivo in Transalp: 30 anni di carcere

omicidio Pellicane
Decidi tu come informarti
su Google.
Aggiungi LiveSicilia
alle tue Fonti preferite
:
quando cercherai
una notizia, ci troverai.
AGGIUNGI
La sentenza 23 anni dopo l'omicidio di Antonino Pelicane

PALERMO – l boss Ignazio Fontana è stato condannato in abbreviato a 30 anni di carcere per l’omicidio di Antonino Pelicane, assassinato nel 2003. Era titolare di un negozio di ferramenta a Misilmeri e fu freddato in via Francesco Milo Guggino, non lontano da corso dei Mille, a Palermo.

La sentenza è stata emessa lo scorso luglio, ma la notizia si è appresa soltanto in queste ore. Per il delitto sono sotto processo in corte d’Assise l’ergastolano Nicola Mandalà e Michele Rubino. Trent’anni e non l’ergastolo per l’imputato difeso dagli avvocati Salvatore Ferrante e Valeria Carla Maruzzzelli perché il delitto risale al periodo in cui, scegliendo l’abbreviato come in questo caso, si poteva evitare il carcere a vita anche per il reato di omicidio.

Il pentito Terranova

Decisive l’anno scorso sono state le dichiarazioni del pentito Francesco Terranova che ha iniziato la sua collaborazione con la giustizia nel 2023. Il caso è stato riaperto. L’omicidio sarebbe maturato nell’ambito della guerra di mafia iniziata negli anni 80 e proseguita fino ai primi anni del 2000. Due fazioni si affrontarono per il potere.

Le dichiarazioni di Terranova si sono aggiunte a quelle di altri collaboratori di giustizia. Tutte ritenute convergenti e attendibili. Le intercettazioni avrebbero dimostrato che i rapporti tra gli indagati sono proseguiti nel tempo e aggiunto nuovi elementi.

La guerra di mafia

La Direzione distrettuale antimafia ha messo insieme vecchi e nuovi tasselli investigativi. Dai primi anni ’80 e fino ai primi anni del 2000 i Di Peri e Montalto si sono fatti la guerra. I primi erano legati a Stefano Bontade, il “principe di Villagrazia”, i secondi a Totò Riina.

Una lunga scia di sangue

Il primo episodio di sangue risale al 25 dicembre 1981 ed è ricordato come la “strage di Natale”. Nel corso di un inseguimento per le strade di Bagheria i corleonesi assassinarono Biagio Pitarresi e Giovanni Di Peri. Finirono le munizioni e caricarono a forza in auto Antonino Pitarresi. Il giorno dopo a Villabate veniva assassinato Giuseppe Caruso.

Nella scia di sangue rientrano gli omicidi di Francesco Cavallaro (2 marzo 1982), Salvatore e Pietro Di Peri (10 agosto 1982), Pietro Mandalà (16 agosto 1982), Pietro Messicati Vitale (12 luglio 1988), Antonino D’Amico (29 luglio 1988), Domenico Bidenti (4 aprile 1991).

La reazione dei Di Peri non tardò ad arrivare. Dopo l’arresto di Totò Riina, il 24 novembre 1994, all’interno di Villa Airoldi, a Palermo, venivano uccisi Vito Basile e Francesco Montalto, figlio del capo mafia Salvatore.

Il duplice omicidio innescò un’altra catena di morte. Sotto i colpi dei killer caddero Giuseppe e Salvatore Di Peri (14 marzo 1995), Giovanni Spataro e Gaetano Buscemi (28 aprile 1995, il secondo fu prima rapito e poi torturato fino ad ucciderlo).

Con l’arresto di Leoluca Bagarella, avvenuto il 24 giugno 1995, i Montalto persero l’appoggio dei killer del gruppo di fuoco di Brancaccio. Circostanza che sancì la supremazia dei Di Peri e del loro esercito composto da quelli che venivano definiti “i magnifici sette“: Gaetano Buscemi e Giovanni Spataro (poi uccisi), Antonino Messicati Vitale, Nicola Mandalà, i fratelli Damiano e Nicolò Rizzo, e Michele Rubino.

Altro evento che segnò un ulteriore indebolimento della fazione dei Montalto fu l’arresto di Andrea Cottone, il 6 settembre 1995, ritenuto responsabile degli omicidi del 14 marzo e del 28 aprile 1995.

Il gruppo Di Peri era forte anche dell’appoggio di Bernardo Provenzano. Dopo l’arresto del capomafia Nicola Mandalà, la reggenza della famiglia di Villabate passò a Giovanni D’Agati, poi ad Antonino Messicati Vitale e infine a Salvatore Lauricella.

Il 13 novembre 2002 morì in un agguato Andrea Cottone, fedelissimo dei Montalto che, dopo la scarcerazione, aveva cercato di riacquisire il potere estromettendo i Di Peri. Per il delitto sono stati condannati Onofrio Morreale e Ignazio Fontana.

Pellicane formalmente incensurato

Ed è in questo contesto che il 30 agosto 2003 fu assassinato Antonino Pelicane, che come Cottone faceva parte del gruppetto dei fedelissimi di Nicola Mandalà. Era titolare della Car Service Color di Misilmeri, ufficialmente incensurato ma legato all’ala dei Montalto. Infine cadeva sotto i colpi dei sicari Salvatore Geraci, il 5 ottobre 2004. Per questo omicidio sono stati condannati Nicola Mandalà, Ignazio Fontana e Damiano Rizzo.

Il commando che uccise Pelicane entrò in azione alle 14. Due killer in moto lo freddarono con una 357 magnum mentre era alla guida di una Smart. Il primo a parlare dell’omicidio fu il collaboratore di giustizia Mario Cusimano. Era il 2005 quando riferì che Nicola Mandalà guidava la moto e Michele Rubino fece fuoco: “Gli è uscito un occhio di fuori…”.

Lo aveva saputo dagli stessi protagonisti, mentre Ignazio Fontana avrebbe fatto da staffetta. Aggiunse che a recuperare la moto, una Honda Transalp usata per l’agguato, era stato Massimiliano Minaudo che però non sapeva per cosa servisse.

Il 27 luglio 2023 Francesco Terranova, rendendo il suo primo interrogatorio, disse di avere saputo dal mafioso Salvatore Troia che il “titolare di “un negozio di vernici a Villabate” aveva avuto contrasti con Nicola Mandalà. La Procura ha ripreso in mano il fascicolo e ha convocato Minaudo che è finito sotto intercettazione.

Le intercettazioni

Raccontava al fratello di essere stato chiamato per “cose da ragazzo” che riguardavano il “principale”. Minaudo ha lavorato per Ignazio Fontana. Assieme al fratello Giuseppe sono andati al bar gestito da Riccardo Fontana, fratello di Ignazio, per avvisarlo della convocazione: “Mercoledì mi devono fare l’interrogatorio mi devo presentare con l’avvocato”; “Ma che hanno fatto il nome di mio fratello?”.

Minaudo, parlando con il padre, faceva riferimento al fatto che il “principale” gli avesse detto di “andare a prendere la moto”. Moto di cui non si parlava, però, nella convocazione dei carabinieri. Fu oggetto di discussione anche di un colloquio carcerario fra Ignazio Fontana e i parenti. Informavano il boss che Minaudo aveva scelto di avvalersi della facoltà di non rispondere. Gli avevano spiegato che “chi fa un omicidio non è solo quello che preme il grilletto, si possono avere tanti ruoli”.

Leggi anche

Dichiarazione falsa per il gratuito patrocinio ma la condanna è annullata

Incendio a Castellammare, evacuate case tra Sarmuci e Scopello

Il procuratore De Luca: da Scarpinato “inquinamento ad ampio raggio”

I carabinieri del Nucleo investigativo hanno riletto vecchie intercettazioni acquisite in altre inchieste. Alle 2:45 del 30 agosto 2003, giorno dell’omicidio Pelicane, Mandalà concordò di vedersi con Fontana alle 9:30. “Voglio dormire, voglio essere bello attivo”, diceva. In precedenza mentre Rubino parlava con al telefono Fontana spiegava ad una terza, fisicamente presente. di avere “preso due caschi… 170 euro”.

La difesa

Maruzzelli, del Foro di Napoli, e Ferrante annunciano ricorso in appello contro la condanna: “Il procedimento è stato riaperto dopo due richieste di archiviazione in considerazione del fatto che le uniche prove a carico addotte dall’Ufficio Inquirente sono le dichiarazioni rese alcuni collaboratori di giustizia tra cui Cusimano che più volte sono state ritenute non sufficienti per sostenere le accuse a carico di Fontana. Per la difesa ad oggi il quadro indiziario già valutato come insufficiente non è mutato ed il solo trascorrere del tempo non giustifica il mutamento del giudizio di attendibilità”-


Partecipa al dibattito: commenta questo articolo

Segui LiveSicilia sui social


Ricevi le nostre ultime notizie da Google News: clicca su SEGUICI, poi nella nuova schermata clicca sul pulsante con la stella!
SEGUICI