Messina-Palermo (sola andata)

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09 Novembre 2014, 09:58

6 min di lettura

Sette meno un quarto. Nel cupo grigiore comune a ogni stazione (paesaggio-limite nel quale l’uomo decide il suo andare, stratificando le scelte nella risultante di mille direzioni personali), nel disordine istituzionalizzato di infiniti percorsi paralleli, che, per dirla con Borges, si sommano disegnando una mappa del viaggio articolata attraverso itinerari che rimandano gli uni agli altri, destinati a non incrociarsi, col mio biglietto ferroviario in mano, mi avvio al binario verso il “Messina-Palermo” e il mio prossimo destino.

Ancora intontita dal sonno e vagamente collerica, affronto scale da scendere e altre da risalire, nel caratteristico malodore di deiezioni umane ed esalazioni ferrose. Poco dopo le sette, una voce stentorea annuncia dall’altoparlante che “il treno delle ore sette-e-zero-otto è stato soppresso. Ci scusiamo con i viaggiatori per il disagio”. Un annuncio che non spiega. Non siamo più da tempo meritevoli di spiegazioni, noi cittadini siciliani. Comunica, semplicemente, che oggi il treno per Palermo non c’è. Punto. Attenzione, però, chiedono scusa! Tra chi incassa rassegnato perché tanto non c’è niente da fare, chi impreca perché ha problemi di orari cogenti, e qualche filosofo sparso che commenta che non è la prima volta e non sarà l’ultima, ripercorrendo al contrario le scale, stavolta evocando memorie dantesche sul come sa di sale lo pane altrui e come è duro calle lo scendere e ‘l salir per l’altrui scale, perché davvero questa “cosa pubblica” è sempre più cosa d’altri, e, soprattutto, di pochi altri, seguo il veloce drappello che percorre i pochi passi tra la stazione ferroviaria e quella degli autobus, senza omettere di sostare alla biglietteria per restituire l’incauto acquisto: una gentile signora, velocissima nel rimborsarmi, afferma che non sapeva niente della soppressione del treno, ma l’ha appreso insieme ai viaggiatori dall’annuncio. Per rimanere in clima dantesco, vuolsi così cola dove si puote ciò che si vuole e più non dimandare.

Correre è inutile. Il bus delle 7 difatti, quello più utile, quello che ti lasciava la possibilità di sfruttare quasi per intero la mattinata a Palermo, è stato soppresso. Salvate, tra le poche corse giornaliere, quella delle 5, per chi ce la fa (uno su mille, secondo la nota canzone), o si aspetta fino alle 9. Si è fatto troppo tardi per andare a casa e tornare indietro. Tanto vale rassegnarsi all’attesa e fermarsi in un luogo che immaginare più squallido richiede un volo anche alla più fervida fantasia. Una varia umanità si srotola tra uno stretto angolo e un ricovero che ha visto giorni migliori, dove chiedere l’elemosina è un mestiere, poter andare in bagno un favore, avere un punto di ristoro un sogno, maltrattare un costume, dare informazioni incomplete e distorte una ritorsione, e, per di più, perpetrata contro una utenza del tutto innocente. Ma qui, forse, innocente non è nessuno.

Ce ne è abbastanza per una che ha fatto del viaggio una filosofia di vita e della storia della sua terra una compagna della stessa. Qui, si viaggia per necessità.

Il bus arriva pochi minuti prima della partenza. Tutti quelli che vi salgono, tutti, nessuno escluso, chiedono all’autista: questo va a Palermo? Non è una domanda retorica o peregrina, nella totale assenza di indicazioni e nella certezza che un errore può costare caro. Ho il ricordo, risalente a ben oltre un anno fa, quando ancora da Palermo a Messina c’era la corsa delle 20 (naturalmente abolita: era la più comoda per chi doveva stare una giornata nel capoluogo: quindi non ce la meritavamo) della scena di letterale disperazione di un ragazzetto che, sbagliato autobus, si trovava dopo le dieci di sera in una città (Messina -non esattamente un paesino), dalla quale non vi era nessun mezzo, né per proseguire, né per tornare indietro, fino alla mattina dopo.

Si parte. Due amiche chiacchierano dei loro fatti (un tempo) privati, trilli incessanti di suonerie di cellulare, e via a conversazioni di ogni genere, che toccano salute, lavoro, figli, soprattutto sono rassicurazioni varie a genitori ansiosi, lanciate a un volume tale che se gli interlocutori si affacciassero al finestrino l’uso del cellulare sarebbe superfluo; il sottofondo, che tale non è, culla una remota sonnolenza, insieme a un vago cinguettio di uccelli. Persa in un sogno romantico di coppie di cardellini in viaggio, all’arrivo scoprirò che si tratta del cigolio del bus. Meglio, in effetti, non averlo saputo prima.

Intanto il percorso si snoda tra cielo e mare, coste e visioni di isole; si lascia sulla destra Cefalù, reliquia d’arte che l’uomo ha saputo costruire, e conservare, e ci si appresta a una tragedia annunciata e vissuta sulla pelle dei lavoratori siciliani, a una ferita sul volto della Sicilia. Termini Imerese, dove, invece, si è violata la natura per rispondere alla “vocazione industriale” del territorio, per poi distruggere ancora, e stavolta una realtà di fabbriche alla quale era legata un’economia stabile, per piegarsi alla logica del capitalismo. Quando si è permesso alla Fiat di abbandonare Termini e l’assenza di una politica industriale seria ha consentito all’azienda -unico caso in Europa- di chiudere uno stabilimento automobilistico, qui si è configurato uno stato di crisi sociale che ha determinato, oltre a disagi inenarrabili per i lavoratori, derive pericolose per tutta l’area.

Sicché adesso l’occhio, e il cuore, sono offesi dalla visione apocalittica di aree dismesse, di vuoto urbano, oltreché lavorativo, di strutture fatiscenti e pericolanti, coi vetri fracassati e le porte sfondate, usati come discariche, a conferma dell’abbandono del quale il territorio di Termini resta oggetto, come se, dopo aver spogliato i cittadini del primario diritto al lavoro, si fosse voluto infierire ancora da parte delle istituzioni con il degrado nel quale li si costringe a vivere, o a sopravvivere. Cancelli chiusi su umani destini. La grande montagna tonda si delinea all’orizzonte. Arrivo, e mi districo tra i nuovi cancelli d’uscita dentro la stazione. E poi, Palermo. Via Roma. Cammini e cammini tra una folla multietnica, tu straniera. Respiri un odore di panelle fritte che a ogni annusata aumenti trecento grammi. I colori di questa estate che non vuole morire, accecanti, ti feriscono gli occhi, e poi i suoni, le voci, le quattro statue sulle quattro fontane e le carrozzelle, una delizia che ripulita potrebbe essere uno spaccato viennese, e la piazza col portale che apre al chiostro antico dove lascio -e riprendo- il cuore ogni volta.

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Africa. Mediterraneo. Un Medio Oriente raccontato non per sentito dire, ma con ori e smalti e tessere di vetro, ricche tessiture e raffinati tappeti, resti gloriosi di sculture romane, il tutto assemblato con un gusto perfetto di decorazione nella città ove più di mille anni fa si è sognata l’idea di mondo complessivo, si è costruita l’identità culturale dell’Europa di ieri, la società dove tutto si mescola tra mamelucchi tolleranti e nativi capaci di convivenza civile, che lasciavano poi spazio a nuovi signori e nuove ere. Constatazione scevra da giudizio di valore.

Ecco perché ho il mal di Palermo. Quello che un palermitano aduso a tanta bellezza come pure alle maledizioni quotidiane del vivere questa città non può provare. Quella voglia insieme di partire, perché in qualche modo c’è un altrove migliore -o diverso comunque-, e di tornare perché questo luogo ti appartiene. Appartiene al tuo orgoglio di siciliano regnicolo e di passata gloria, alla tua civiltà di accoglienza multi razziale quando non esisteva neanche l’idea del termine. Appartiene, scusando il bisticcio, al tuo senso di appartenenza. Ai moti emozionali verso la tua terra e i tuoi conterranei.

E tutto questo mentre nell’era in cui c’è chi si prenota un volo su Marte, resta problematico far ritorno a Messina city.

 

 

 

 

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09 Novembre 2014, 09:58

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