CATANIA. Con le discussioni dei difensori di fiducia di Giovanni Torrisi e Salvatore Musumeci si sono concluse le arringhe nell’ambito del processo, davanti alla Corte d’Assise d’Appello di Catania, presieduta da Salvatore Costa, per l’omicidio del pastore di Calatabiano Salvatore Buda. Sulla inattendibilità dei tre testimoni chiave del processo hanno insistito Claudio Grassi e Gino Ioppolo, legali dell’ex assessore di Sant’Alfio. I loro racconti, secondo la difesa, sarebbero falsi e contraddittori.
Persona perbene, incensurata e moralmente corretta. Questa la descrizione di Giovanni Torrisi, laureando in giurisprudenza, fatta in aula dai legali. Il 34enne non avrebbe avuto alcun ruolo attivo in quello che è stato definito un drammatico incidente. A testimoniarlo la reazione dello stesso, scoppiato in un pianto dirotto subito dopo lo sparo. L’imputato si sarebbe trovato in Contrada Felicetto, armato del proprio fucile, solo perché pronto per una battuta di caccia, organizzata con Mariano Nucifora. “Ha il diritto di essere riconsegnato alla sua vita”, hanno detto i legali in aula prima di chiedere ai giudici l’assoluzione del proprio assistito per non aver commesso il fatto.
L’ultima posizione discussa ed anche la più delicata è stata quella di Salvatore Musumeci, esecutore materiale del delitto. I legali Enzo Iofrida e Giuseppe Napoli hanno chiesto la riqualificazione del capo d’imputazione, da omicidio doloso a omicidio colposo, e l’assoluzione dai reati satellite, il sequestro di persona e la rapina aggravata. Quella accaduta il 23 gennaio del 2013, secondo i difensori, sarebbe stata una tragedia non voluta. Nessuna spedizione punitiva, come definita dall’accusa, sarebbe stata organizzata quel giorno. Lo testimonierebbe il comportamento del proprio assistito, costituitosi la sera stessa dell’omicidio per consentire alla vittima di avere una degna sepoltura. Verosimile, inoltre, per i legali, la ricostruzione fornita nell’immediatezza dei fatti da Salvatore Musumeci prima ai carabinieri della Compagnia di Giarre e poi al pubblico ministero. Le tracce di brunite rinvenute sulle mani della vittima proverebbero infatti che lo sparo sarebbe stato conseguenza di una colluttazione.
Venerdì, data fissata per la prossima udienza, ci sarà spazio per le eventuali repliche del sostituto procuratore generale Concetta Maria Ledda e delle difese. Poi i giudici si ritireranno in camera di consiglio per la sentenza.

