PALERMO – “Bernardo Provenzano, che ho ospitato durante la latitanza a casa di mia suocera, mi disse che era protetto da politici e da un potente dell’Arma. E aggiunse ‘meglio uno sbirro amico che un amico sbirro'”. Lo ha detto il pentito Stefano Lo Verso, deponendo al processo d’appello, per favoreggiamento aggravato, al generale dell’Arma Mario Mori e al colonnello Mauro Obinu, entrambi assolti in primo grado. I militari sono accusati di avere fatto fuggire il capomafia latitante Bernardo Provenzano, nel ’95, pur essendo a un passo dalla sua cattura.
Il collaboratore di giustizia, vicino alla famiglia mafiosa di Ficarazzi, ha raccontato di avere nascosto il padrino di Corleone nel gennaio del 2004, di avergli fatto da autista e di avergli procurato farmaci per la cura del tumore alla prostata. Secondo Lo Verso il boss si sarebbe potuto arrestare già nel 2005, un anno prima della cattura, quando Lo Verso accennò all’intenzione di pentirsi, ma venne sottoposto a cure psichiatriche. Il pentito ha anche sostenuto di avere capito che Provenzano non si fidava di Luigi Ilardo, boss nisseno diventato confidente dei carabinieri che avrebbe dovuto portare il Ros di Mori sulle tracce del latitante.
“Provenzano non voleva i morti, gli omicidi e pensava che le bombe fossero un errore, ma non si poteva mettere contro tutti – ha detto ancora Lo Verso -. Lo vidi dopo l’intervento alla prostata a Marsiglia, mi disse che se fosse tornato indietro non avrebbe rifatto nulla di quello che aveva fatto. D’altronde, se avesse ritenuto la mafia una cosa buona vi avrebbe inserito i suoi figli”. Il pentito ha anche fatto intendere di dubitare che Provenzano sia caduto autonomamente in carcere, sottintendendo che “qualcuno lo avrebbe aiutato”.
“Provenzano mi disse che Dell’Utri aveva preso il posto di Lima e che nel ’94 era stato lui a far votare Forza Italia. Provenzano – ha aggiunto – mi rivelò che la verità sulle stragi la sapevano solo lui, Riina e Andreotti, perché Lima, nel frattempo, era stato ucciso e Ciancimino, probabilmente, pure”. Il boss avrebbe anche aggiunto che, pur essendo in disaccordo, non poteva mettersi contro Riina che doveva fare un favore ad Andreotti che gli aveva garantito la latitanza. Come già raccontato Lo Verso ha detto di avere saputo dei rapporti societari tra Renato Schifani e il mafioso di Villabate Mandalà. Riferendo una confidenza in carcere dell’ex manager della sanità Michele Aiello, poi condannato per mafia, il pentito ha poi detto: “Aiello mi disse che non era giusto che a pagare fossero solo lui e Cuffaro e non anche il ministro sardo che aveva fatto la telefonata che aveva garantito il latitante”.
(ANSA).

