PALERMO – “Non voglio”, diceva la donna tunisina. Lo ha ripetuto 15 volte, ma il ginecologo andò avanti con la sua richiesta: “Dai, un poco, un pochettino”. Ed è per questo diniego inascoltato che Biagio Adile, medico dell’ospedale Villa Sofia, è stato condannato in primo grado a 5 anni e due mesi di carcere per violenza sessuale.
Vittima fu una donna di 28 anni, giunta in Sicilia clandestinamente per curarsi. Ospite di una casa famiglia ha ottenuto un permesso di soggiorno.
La motivazione della condanna di Adile
Il Tribunale presieduto da Lorenzo Matassa ha depositato le motivazioni della sentenza. Secondo il collegio, l’imputato “svestì (idealmente e materialmente) il suo ruolo e la sua funzione professionale per intrattenere, con la paziente in cura, un rapporto sessuale”.
“La circostanza storica, in sé medesima, ha certezza e rilievo granitici”. La donna, infatti, registrò con il telefono cellulare le frasi pronunciate dall’uomo durante il rapporto sessuale consumato nel poliambulatorio dell’ospedale.
La difesa di Adile
Non solo gli audio: Adile si sarebbe difeso in Tribunale “mentendo sapendo di mentire”. Ha infatti sostenuto che il rapporto fosse consensuale. Che a volerlo fu la donna, ma nella registrazione mancherebbe la parte iniziale in cui la vittima si mostrava molto passionale: “… quindi mi dice sempre che vuole questo certificato, ti prego, fammi il certificato… lei si alza dalla… perché era davanti, gira dalla scrivania dove sono io e mi comincia un’altra volta a toccare, a sbaciucchiare, ad accarezzare, e quindi mi stimola e mi porta in erezione. Insomma, quei “non voglio” costituirebbero solo una parte della verità.
Non ha retto davanti Tribunale l’ipotesi difensiva che si sarebbe trattato di “una preordinata messa in scena e la donna – da sapiente attrice di una regia da altri ingegnata – avrebbe, solo in apparenza, elevato i suoi dinieghi perché rimanessero scolpiti fonicamente nella registrazione”.
“Tutto ciò – sempre secondo la difesa – sarebbe servito per estorcere al medico, dapprima una utilità di tipo documentale (un certificato di invalidità ndr) e, successivamente, (forse) anche denaro”.
“Si nota – in modo chiaro – che l’imputato mente, anzi mente sapendo di mentire – scrive il giudice -. Mente allorché assume che la donna avrebbe cominciato il coito orale ‘in modo passionale…’ da subito, ovvero prima che la registrazione fosse stata attivata e ancor prima che dal medico la si invitasse a farlo ‘un poco… un pochettino…’. Non può pensarsi, né ritenersi possibile, che l’uomo con il membro in erezione parlasse della sua arrabbiatura per il rifiuto della donna del praticargli del sesso e poi, ‘sempre in stato di eccitazione sessuale’, avrebbe parlato dello scampato pericolo per un’operazione invasiva e mutilante che la donna paventava”.
Il paradosso
Il giudice sottolinea anche quello che in motivazione viene definito “un paradosso nel paradosso”. Adile “si avvita in un’idea che sembra generata in uno scenario psicologico e sociale di altri tempi medievalmente oscurantisti. Il professore Adile, ginecologo con quasi mezzo secolo di attività professionale, assume che violenza sessuale non può esservi stata perché la donna avrebbe potuto dargli ‘un morso sul glande, urlare, gridare, buttare le sedie all’aria, scassare tutto…'”.
Dunque la violenza sessuale sarebbe avvenuta così come ha sostenuto la donna, costituita parte civile con l’assistenza dell’avvocato Michele Calantropo. L’accusa ha retto per uno solo dei due episodi contestati avvenuti in due giorni consecutivi. La difesa farà certamente appello contro la sentenza di condanna. E probabilmente insisterà sulla ipotesi della messinscena.
I dubbi mai chiariti
Il Tribunale sottolinea che ci sono dei vuoti, di memoria nella vittima e investigativi, nell’intera vicenda. Riguardano il suo arrivo e la sua permanenza in Italia: perché giungere da clandestina pur potendo avere libero accesso in Italia?; la patologia ginecologica dalla quale era affetta; la necessità sottesa all’ottenimento di un certificato di invalidità; il numero delle visite; il rapporto con il connazionale tunisino che chiamò Adile per dirgli: “Dopo quello che hai fatto lunedì, martedì, tu devi fare certificato perché ti ha fatto questo, ti ha fatto quest’altro”; tempi di presentazione della denuncia/querela all’indomani della violenza subita; la “gestione” del telefono cellulare con il quale la registrazione della violenza sessuale avvenne e la cancellazione, attraverso un’applicazione professionale (“Cleaner”), di file riguardanti i contatti avuti; il collegamento tramite internet a siti pornografici.

